Strumenti per l'apprendimento, video lezioni dalla scuola primaria alle scuole secondarie, letture, approfondimenti, schemi, idee e materiali per gli studenti e gli insegnanti.
Secondo voi, quando un ragazzo o una ragazza è davvero pronto ad affrontare i social senza esserne travolto?
Qui parliamo di fasi evolutive precise. Prima dei 14–16 anni la corteccia prefrontale non ha ancora sviluppato pienamente le funzioni che permettono la gestione dell'impulsività, del confronto sociale, dell'autoregolazione. I social sono costruiti per generare dipendenza: richiedono una maturità che i ragazzi più piccoli non possiedono.
A 14 anni il cervello emotivo dei minori è molto vulnerabile all'ingaggio dopaminergico dei social media e dei videogiochi.
A 16 inizia invece a esserci un'identità più definita. Prima, i ragazzi sono troppo vulnerabili: rischiano di essere travolti da dinamiche di gruppo e algoritmi che non sanno interpretare.
Mettere un limite non è proibizionismo: è protezione educativa. Esattamente come per l'alcol o per il tabacco, serve un contesto normativo che aiuti gli adulti e non li lasci soli in un confronto impari con colossi digitali potentissimi. Avere un'età minima significa dare ai ragazzi il tempo di crescere prima di confrontarsi con uno strumento che richiede competenze adulte.
Marco è un insegnante. Anche Anna è una insegnante.
Marco fa lezione per 18 ore a settimana e ne impiega altrettante per preparare compiti, aggiornarsi, incontrare i genitori, migliorare le proprie lezioni e la didattica. Anche Anna è una insegnante. In una settimana rimane a scuola 22 ore più due per la programmazione. Anna ne impegna almeno altrettante di ore per organizzare le proprie lezioni, come fa Marco.
In realtà Marco ed Anna fanno anche altro. In classe hanno diversi alunni con fragilità e quindi incontrano psicologi, psicoterapeuti. Si occupano di inclusione, coordinano gruppi di lavoro.
Marco ed Anna fanno, però, una cosa eccezionale: determinano il destino di tanti bambini e di tanti ragazzi. Lo fanno perché ci credono, lo fanno perché sono competenti, lo fanno perché sono insegnanti, lo fanno perché questo è il loro lavoro e sono chiamati a fare la differenza ogni giorno. Lo fanno perché hanno scelto di farlo.
Giorni fa, qui sui social, alcuni utenti affermavano che è giusto che uno chieda migliaia di euro o milioni di euro se fa una cosa fatta bene. È la legge del mercato. Si chiamano influencer.
Anna e Marco hanno tra le mani il connettoma dei nostri figli. Lavorano e lo fanno bene.
Sapete quanto è il loro stipendio netto mensile? 1520 euro e 1640 euro nette rispettivamente. Circa.
Anna e Marco hanno rispettivamente 32 anni e 45 anni e sono insegnanti.
Se facciamo una media sulle ore lavorate prendono meno di 20 euro nette l'ora.
Cosa meritano? Prima di tutto rispetto.
Certo mi si dirà che ci sono tanti che non fanno il loro lavoro al meglio. E che ci sono tanti che lavorano di più e prendono meno. Accade ovunque. Ma intanto Anna e Marco fanno il loro dovere e come loro la quasi totalità dei docenti. Perché non abbiamo le ricette per fare tutto perfetto. Perché si può inciampare, perché si deve stare sempre attenti a cosa dire, a non ferire, a mettersi all'altezza dei bambini e dei ragazzi ...e anche dei genitori.
Ora se compriamo ai nostri figli uno smartphone da mille euro, se pensiamo sia giusto pagare migliaia di euro per chi fa video mentre va a 300 km orari, pensiamo ad Anna e Marco e pensiamo ai nostri figli.
Perché se c'è una cosa di cui scandalizzarsi allora tra queste c'è il modo in cui investiamo sulla scuola e sui nostri docenti.
E non si tratta solo dei loro stipendi bassi (e cito il personale collaboratore scolastico, gli amministrativi e i dsga, pietre miliari del nostro sistema scolastico), ma anche del ruolo sociale che diamo a chi determina il futuro dei nostri giovani.
Perché vi scrivo questo? Perché vedo ogni giorno tanti Anna e Marco. Li vedo, appassionati e competenti, muoversi dentro un sistema scolastico che non riconosce meriti. Li vedo schiacciati da un meccanismo che li vuole psicologi, burocrati, un pochino counselor e anche genitori, a volte il sistema li vuole tutor, a volte intrattenitori, a volte influencer. Loro sono dei grandi insegnanti, dei magister, dei maestri, invece.
Quindi prima di chiedersi cosa sia giusto e cosa sia il merito, impariamo a dare giusto valore alle persone. Impariamo a farlo rispettando la scuola e iniziamo dai tanti Anna e Marco, dagli insegnanti.
E questo non è un post populista, è un post che esprime rabbia e delusione perché se vogliamo migliorare le cose allora dobbiamo iniziare a cambiare le cose ingiuste, iniziando a portare rispetto verso le persone.
La frase “io dico sempre quello che penso in faccia” non è sempre una bella cosa. E lo sento sempre più spesso dire anche dai bambini, anche piccoli, loro ascoltano, imparano e ripetono.
Detta con fierezza, concede a chi la usa una sorta di licenza comunicativa: essere bruschi, offensivi, privi di filtri. Uno scudo anticipato, messo lì prima di colpire.
Eppure c’è un dettaglio enorme che troppo spesso ignoriamo: la sincerità non è brutalità.
Dal punto di vista della comunicazione le parole non si limitano a descrivere la realtà: la modellano. La pragmatica della comunicazione ci insegna che ogni messaggio ha sempre due livelli: il contenuto e la relazione. Quando il contenuto dice “sono sincero” ma la relazione comunica attacco, il messaggio diventa una forma di aggressione.
Le neuroscienze lo confermano: un linguaggio percepito come ostile attiva l’amigdala, il centro delle risposte difensive. In quello stato non si ascolta, non si riflette, non si apprende. Si reagisce.
Dire tutto ciò che si pensa senza filtri non è autenticità. È assenza di regolazione emotiva. La vera competenza comunicativa è saper modulare, scegliere, assumersi la responsabilità vera delle proprie parole.
Quando a dirlo sono i bambini tutto diventa ancora più serio.
I bambini, per definizione, non hanno ancora sviluppato il filtro. La corteccia prefrontale — responsabile dell’inibizione, dell’empatia e della previsione delle conseguenze — è ancora immatura.
Per questo, se già per un adulto la frase “io dico tutto in faccia” è ambigua, per un bambino lo è molto di più.
Un bambino che “dice tutto in faccia” non sta esercitando sincerita', sta agendo d’impulso. Non distingue ancora tra verità e ferita, tra espressione e attacco.
Se normalizziamo questa frase, stiamo legittimando l’idea che qualsiasi cosa detta, purché sincera, sia accettabile. Ma per un bambino questo messaggio è pericoloso, perché manca ancora la capacità di modulare, contenere, scegliere.
I bambini impareranno che colpire è lecito, purché lo si chiami “verità”.
Educare alla comunicazione significa insegnare quando parlare, come farlo e perché.
Perché la sincerità va accompagnata. Guidata. Contenuta.
Ci stanno allenando a capire in fretta: tre slide, un reel, una frase sottolineata in giallo. “Se non l’hai capito in 30 secondi, è colpa tua.” Manuali lampo da leggere nella tua pausa sigaretta, o mentre fai la cacca. Illuminazioni express, sapienza solubile come una bustina nel caffè. Ma capire davvero è un’altra faccenda: è lento, fa attrito, a volte ti fa sentire stupida, ed è proprio lì che il cervello lavora. Capire in fretta è consumo, capire davvero è trasformazione. Il primo ti dà l’illusione di sapere, il secondo ti costringe a cambiare idea, a tornare indietro, a rimettere in discussione ciò che pensavi fosse chiaro. La fisica non è nata veloce, nemmeno la filosofia, nemmeno l’amore. Albert Einstein impiegava anni per capire una cosa che oggi riduciamo a una citazione su Instagram. Werner Heisenberg ha scritto pagine intere di dubbi prima di arrivare a una formula: il dubbio non era un difetto, era lo strumento. E poi ci sono i servizi televisivi: uno scienziato costretto a spiegare un fenomeno complesso in 20 secondi, poi stop, “grazie dottoressa ”, e subito spazio agli opinionisti, che di secondi ne hanno quanti ne vogliono e di dubbi nessuno. Oggi ci vendono la chiarezza istantanea come se fosse un valore morale: se non capisci subito sei indietro, se fai domande sei pesante, se ti prendi tempo sei fuori algoritmo. Ma capire davvero richiede tempo perché cambia chi sei, e cambiare richiede energia; il cervello, come l’universo, non ama le accelerazioni inutili. Diffida di chi ti promette di capire tutto subito, diffida dei divulgatori che ti fanno sentire brillante senza farti mai inciampare, diffida delle frasi che scorrono lisce come pubblicità. La comprensione vera non scorre: resiste, ti resta addosso, ti obbliga a pensarci il giorno dopo e quello dopo ancora. Capire in fretta serve a passare oltre, a fare views, capire davvero serve a restare. E io, se posso scegliere, preferisco restare un po’ più a lungo nel non-capire: è lì che succede quasi tutto.
Mi hanno fatto una nuova intervista su questa mia battaglia (nata in seguito a "perché studiare", link nelle stories Instagram ).
Tra poco esce "La lunghezza d'onda della felicità", siete pronti?!
Una delle immagini del 2025 che mi è rimasta più impressa risale a qualche mese fa, al rientro da un viaggio di lavoro. Eravamo su un volo dalla Sicilia verso Verona. Accanto a noi c’era una ragazza, avrà avuto poco più di vent’anni. Faceva qualcosa che oggi sembra quasi fuori moda, soprattutto su un aereo: studiava. E non stava leggendo distrattamente qualche appunto. Scriveva, calcolava, ragionava. Matematica vera. Formula dopo formula. A un certo punto mia moglie, seduta vicino a lei, si gira e mi dice: “Secondo me sta facendo due cose che sono molto vicine ai tuoi studi”. Do una sbirciata, e capisco subito: statistica. Lo dico da fisico. Poco dopo la ragazza si ferma, ci sorride, e ci racconta quello che sta facendo. Laurea triennale appena conclusa, a Trento, magistrale iniziata, passione profonda per la matematica, per i numeri, per i modelli. Ogni mese prende quell’aereo per tornare a trovare la famiglia. Ventuno anni. E negli occhi aveva quell’entusiasmo che riconosci subito. Mentre parlava, mi sono rivisto anch’io a ventuno anni. Quando mi perdevo per ore, giorni, notti, a studiare, a cercare di capire, a imparare cose nuove. Nel mio caso era la fisica. Non per un voto, non per un esame, ma per quella fame che ti prende quando qualcosa ti accende davvero.
Viviamo in un tempo in cui raccontiamo spesso i giovani come ingabbiati nei loro smartphone, persi a scorrere video, intrappolati in una distrazione continua. E questo, in parte, è vero. Ma non è tutta la verità. Perché esistono ancora ragazze e ragazzi che passano le loro giornate facendo qualcosa che oggi sembra quasi rivoluzionario: studiare, capire, approfondire.
Per tutta la durata del volo era sera. Fuori dal finestrino l’Italia scorreva dall’alto, punteggiata di luci, bellissima e silenziosa. Dentro l’aereo, invece, quella ragazza continuava a fare i suoi calcoli. Scriveva, cancellava, riprovava. E ogni tanto sorrideva, come si sorride quando finalmente qualcosa torna, quando un passaggio si chiarisce, quando capisci. In mezzo a quelle luci viste dall’alto e a quei numeri scritti su un quaderno, c’era qualcosa di profondamente rassicurante. Non c’era fretta, non c’era distrazione, non c’era posa. Solo il tempo dello studio, del pensiero che lavora, della mente che si accende. E in quel momento, guardando lei e guardando fuori, ho pensato che sì: finché esisteranno ragazzi capaci di perdersi così, per ore, dentro ciò che amano capire, allora c’è ancora molta speranza.
Nel 1981, il maestro Alberto Manzi si rifiutò di redigere le appena introdotte “schede di valutazione”, dichiarando: «non posso bollare un ragazzo con un giudizio, perché il ragazzo cambia, è in movimento; se il prossimo anno uno legge il giudizio che ho dato quest'anno, l'abbiamo bollato per i prossimi anni».
Venne sospeso dall'insegnamento e dalla paga. L'anno successivo il Ministero della Pubblica Istruzione fece pressione su di lui per convincerlo a scrivere le attese valutazioni. Manzi fece intendere di non avere cambiato opinione, ma si mostrò disponibile a redigere una valutazione riepilogativa uguale per tutti tramite un timbro. Il giudizio era: “fa quel che può, quel che non può non fa”. Il Ministero si mostrò contrario alla valutazione timbrata, al che Manzi ribatté: «Non c'è problema, posso scriverlo anche a penna».
Da "Il cenacolo intelletuale" articolo di Guendalina Mustica
Un’apocalisse, non proprio immaginaria. Il mondo senza le api sarebbe un disastro di dimensioni bibliche, rispetto al quale ci sarebbero pochi rimedi da mettere in campo. Provate a dare uno sguardo lungo, a 360 gradi, nel reparto alimentare di un supermercato: il 70 per cento dei prodotti che vedete, non ci sarebbero. La loro vita dipende, in qualche modo, da una forma di impollinazione. Un mondo senza le api non avrebbe più a disposizione il servizio di fecondazione artificiale naturale che questi preziosi insetti svolgono, e non ci sarebbe la possibilità di sostituirlo con alcuna forma di fecondazione governata dalle macchine e dalla mano dell’uomo. Purtroppo la scomparsa delle api non è fantascienza, ma fa parte delle ipotesi concrete con le quali il nostro Pianeta così poco sostenibile deve misurarsi . Delle 100 colture da cui dipende il 90 per cento della produzione mondiale di cibo, 71 sono legate al lavoro di impollinazione delle api. L’impollinazione artificiale è una pratica lenta e costosa mentre il valore di questo servizio, offerto gratis dalle api di tutto il mondo, è stato stimato in circa 265 miliardi di euro all’anno.
Da qui la necessità di non avere paura delle api (questo non significa, ovviamente, sfidarle), ma semmai coccolarle, proteggerle, e avere la consapevolezza completa di quanto siano centrali per il nostro equilibrio naturale.
Far conoscere ai bambini, i nuovi adulti, questi importantissimi insetti è fondamentale per promuoverne la tutela e per affrontare tematiche importanti come la tutela dell'ambiente e della biodiversità."
ScolasticaMente
Secondo voi, quando un ragazzo o una ragazza è davvero pronto ad affrontare i social senza esserne travolto?
Qui parliamo di fasi evolutive precise. Prima dei 14–16 anni la corteccia prefrontale non ha ancora sviluppato pienamente le funzioni che permettono la gestione dell'impulsività, del confronto sociale, dell'autoregolazione. I social sono costruiti per generare dipendenza: richiedono una maturità che i ragazzi più piccoli non possiedono.
A 14 anni il cervello emotivo dei minori è molto vulnerabile all'ingaggio dopaminergico dei social media e dei videogiochi.
A 16 inizia invece a esserci un'identità più definita. Prima, i ragazzi sono troppo vulnerabili: rischiano di essere travolti da dinamiche di gruppo e algoritmi che non sanno interpretare.
Mettere un limite non è proibizionismo: è protezione educativa. Esattamente come per l'alcol o per il tabacco, serve un contesto normativo che aiuti gli adulti e non li lasci soli in un confronto impari con colossi digitali potentissimi. Avere un'età minima significa dare ai ragazzi il tempo di crescere prima di confrontarsi con uno strumento che richiede competenze adulte.
Daniele Novara
4 days ago | [YT] | 4
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ScolasticaMente
Carnevale: idea, realizzazione e fotografia di Laura Dallapiccola
4 days ago | [YT] | 4
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ScolasticaMente
LE PARTI DEL FIORE E LE LORO FUNZIONI
Guarda il VIDEO: https://youtu.be/O1ZjI4c_92w?si=hXUWv...
Quali sono le parti principali del fiore ?
Come fanno i fiori a trasformarsi in frutti ?
Quali sono gli insetti impollinatori ?
Osserviamo la meraviglia dei fiori
Video didattico destinato ad una classe seconda della scuola primaria ma non solo!
#scuola #fiori #fiore #bee #api #impollinatori #scienze #scuolaprimaria #school #primaria #elementari #maestraprimaria #maestra #frutto #animali #farfalle #schoolactivities #schooltime #alberi #natura #biodiversity #biologia #botanica #scuolaonline #scuolasuperiore #scuoladellinfanzia #science #flowers #flower #flowerparts
4 days ago (edited) | [YT] | 5
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ScolasticaMente
Cosa significa essere docente? Cos'è la didattica?
Ce lo dice un grande, ce lo dice Vygotskij.
Tu sei scaffolding, tu sei differenziale di sviluppo.
Ed il differenziale di sviluppo è la differenza tra ciò che una bambina/ragazza sa fare da sola e ciò che sa fare se aiutata.
Ecco cos'è la didattica.
E tu docente sei differenziale di sviluppo per il tuo studente e la tua studentessa, sei quel minuscolo puntino che determina la sua fioritura.
Alfonso D'Ambrosio
2 weeks ago | [YT] | 7
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ScolasticaMente
Marco è un insegnante.
Anche Anna è una insegnante.
Marco fa lezione per 18 ore a settimana e ne impiega altrettante per preparare compiti, aggiornarsi, incontrare i genitori, migliorare le proprie lezioni e la didattica.
Anche Anna è una insegnante.
In una settimana rimane a scuola 22 ore più due per la programmazione.
Anna ne impegna almeno altrettante di ore per organizzare le proprie lezioni, come fa Marco.
In realtà Marco ed Anna fanno anche altro.
In classe hanno diversi alunni con fragilità e quindi incontrano psicologi, psicoterapeuti.
Si occupano di inclusione, coordinano gruppi di lavoro.
Marco ed Anna fanno, però, una cosa eccezionale: determinano il destino di tanti bambini e di tanti ragazzi. Lo fanno perché ci credono, lo fanno perché sono competenti, lo fanno perché sono insegnanti, lo fanno perché questo è il loro lavoro e sono chiamati a fare la differenza ogni giorno.
Lo fanno perché hanno scelto di farlo.
Giorni fa, qui sui social, alcuni utenti affermavano che è giusto che uno chieda migliaia di euro o milioni di euro se fa una cosa fatta bene. È la legge del mercato.
Si chiamano influencer.
Anna e Marco hanno tra le mani il connettoma dei nostri figli.
Lavorano e lo fanno bene.
Sapete quanto è il loro stipendio netto mensile?
1520 euro e 1640 euro nette rispettivamente. Circa.
Anna e Marco hanno rispettivamente 32 anni e 45 anni e sono insegnanti.
Se facciamo una media sulle ore lavorate prendono meno di 20 euro nette l'ora.
Cosa meritano?
Prima di tutto rispetto.
Certo mi si dirà che ci sono tanti che non fanno il loro lavoro al meglio. E che ci sono tanti che lavorano di più e prendono meno.
Accade ovunque.
Ma intanto Anna e Marco fanno il loro dovere e come loro la quasi totalità dei docenti.
Perché non abbiamo le ricette per fare tutto perfetto.
Perché si può inciampare, perché si deve stare sempre attenti a cosa dire, a non ferire, a mettersi all'altezza dei bambini e dei ragazzi ...e anche dei genitori.
Ora se compriamo ai nostri figli uno smartphone da mille euro, se pensiamo sia giusto pagare migliaia di euro per chi fa video mentre va a 300 km orari, pensiamo ad Anna e Marco e pensiamo ai nostri figli.
Perché se c'è una cosa di cui scandalizzarsi allora tra queste c'è il modo in cui investiamo sulla scuola e sui nostri docenti.
E non si tratta solo dei loro stipendi bassi (e cito il personale collaboratore scolastico, gli amministrativi e i dsga, pietre miliari del nostro sistema scolastico), ma anche del ruolo sociale che diamo a chi determina il futuro dei nostri giovani.
Perché vi scrivo questo?
Perché vedo ogni giorno tanti Anna e Marco.
Li vedo, appassionati e competenti, muoversi dentro un sistema scolastico che non riconosce meriti.
Li vedo schiacciati da un meccanismo che li vuole psicologi, burocrati, un pochino counselor e anche genitori, a volte il sistema li vuole tutor, a volte intrattenitori, a volte influencer.
Loro sono dei grandi insegnanti, dei magister, dei maestri, invece.
Quindi prima di chiedersi cosa sia giusto e cosa sia il merito, impariamo a dare giusto valore alle persone.
Impariamo a farlo rispettando la scuola e iniziamo dai tanti Anna e Marco, dagli insegnanti.
E questo non è un post populista, è un post che esprime rabbia e delusione perché se vogliamo migliorare le cose allora dobbiamo iniziare a cambiare le cose ingiuste, iniziando a portare rispetto verso le persone.
Alfonso D'Ambrosio
2 weeks ago | [YT] | 6
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ScolasticaMente
La frase “io dico sempre quello che penso in faccia” non è sempre una bella cosa.
E lo sento sempre più spesso dire anche dai bambini, anche piccoli, loro ascoltano, imparano e ripetono.
Detta con fierezza, concede a chi la usa una sorta di licenza comunicativa: essere bruschi, offensivi, privi di filtri.
Uno scudo anticipato, messo lì prima di colpire.
Eppure c’è un dettaglio enorme che troppo spesso ignoriamo: la sincerità non è brutalità.
Dal punto di vista della comunicazione le parole non si limitano a descrivere la realtà: la modellano.
La pragmatica della comunicazione ci insegna che ogni messaggio ha sempre due livelli:
il contenuto e la relazione.
Quando il contenuto dice “sono sincero” ma la relazione comunica attacco, il messaggio diventa una forma di aggressione.
Le neuroscienze lo confermano: un linguaggio percepito come ostile attiva l’amigdala, il centro delle risposte difensive.
In quello stato non si ascolta, non si riflette, non si apprende.
Si reagisce.
Dire tutto ciò che si pensa senza filtri non è autenticità.
È assenza di regolazione emotiva.
La vera competenza comunicativa è saper modulare, scegliere, assumersi la responsabilità vera delle proprie parole.
Quando a dirlo sono i bambini tutto diventa ancora più serio.
I bambini, per definizione, non hanno ancora sviluppato il filtro.
La corteccia prefrontale — responsabile dell’inibizione, dell’empatia e della previsione delle conseguenze — è ancora immatura.
Per questo, se già per un adulto la frase “io dico tutto in faccia” è ambigua,
per un bambino lo è molto di più.
Un bambino che “dice tutto in faccia” non sta esercitando sincerita', sta agendo d’impulso.
Non distingue ancora tra verità e ferita, tra espressione e attacco.
Se normalizziamo questa frase, stiamo legittimando l’idea che qualsiasi cosa detta, purché sincera, sia accettabile.
Ma per un bambino questo messaggio è pericoloso, perché manca ancora la capacità di modulare, contenere, scegliere.
I bambini impareranno che colpire è lecito, purché lo si chiami “verità”.
Educare alla comunicazione significa insegnare quando parlare, come farlo e perché.
Perché la sincerità va accompagnata.
Guidata.
Contenuta.
Altrimenti è impatto.
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Ludovica Isotta Turchetti Logopedista
2 weeks ago | [YT] | 6
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ScolasticaMente
Ci stanno allenando a capire in fretta: tre slide, un reel, una frase sottolineata in giallo. “Se non l’hai capito in 30 secondi, è colpa tua.” Manuali lampo da leggere nella tua pausa sigaretta, o mentre fai la cacca. Illuminazioni express, sapienza solubile come una bustina nel caffè. Ma capire davvero è un’altra faccenda: è lento, fa attrito, a volte ti fa sentire stupida, ed è proprio lì che il cervello lavora.
Capire in fretta è consumo, capire davvero è trasformazione. Il primo ti dà l’illusione di sapere, il secondo ti costringe a cambiare idea, a tornare indietro, a rimettere in discussione ciò che pensavi fosse chiaro.
La fisica non è nata veloce, nemmeno la filosofia, nemmeno l’amore. Albert Einstein impiegava anni per capire una cosa che oggi riduciamo a una citazione su Instagram. Werner Heisenberg ha scritto pagine intere di dubbi prima di arrivare a una formula: il dubbio non era un difetto, era lo strumento.
E poi ci sono i servizi televisivi: uno scienziato costretto a spiegare un fenomeno complesso in 20 secondi, poi stop, “grazie dottoressa ”, e subito spazio agli opinionisti, che di secondi ne hanno quanti ne vogliono e di dubbi nessuno.
Oggi ci vendono la chiarezza istantanea come se fosse un valore morale: se non capisci subito sei indietro, se fai domande sei pesante, se ti prendi tempo sei fuori algoritmo. Ma capire davvero richiede tempo perché cambia chi sei, e cambiare richiede energia; il cervello, come l’universo, non ama le accelerazioni inutili.
Diffida di chi ti promette di capire tutto subito, diffida dei divulgatori che ti fanno sentire brillante senza farti mai inciampare, diffida delle frasi che scorrono lisce come pubblicità.
La comprensione vera non scorre: resiste, ti resta addosso, ti obbliga a pensarci il giorno dopo e quello dopo ancora.
Capire in fretta serve a passare oltre, a fare views, capire davvero serve a restare.
E io, se posso scegliere, preferisco restare un po’ più a lungo nel non-capire: è lì che succede quasi tutto.
Mi hanno fatto una nuova intervista su questa mia battaglia (nata in seguito a "perché studiare", link nelle stories Instagram ).
Tra poco esce "La lunghezza d'onda della felicità", siete pronti?!
Autrice Gabriella Greison
2 weeks ago | [YT] | 7
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ScolasticaMente
Una delle immagini del 2025 che mi è rimasta più impressa risale a qualche mese fa, al rientro da un viaggio di lavoro. Eravamo su un volo dalla Sicilia verso Verona. Accanto a noi c’era una ragazza, avrà avuto poco più di vent’anni. Faceva qualcosa che oggi sembra quasi fuori moda, soprattutto su un aereo: studiava. E non stava leggendo distrattamente qualche appunto. Scriveva, calcolava, ragionava. Matematica vera. Formula dopo formula.
A un certo punto mia moglie, seduta vicino a lei, si gira e mi dice: “Secondo me sta facendo due cose che sono molto vicine ai tuoi studi”. Do una sbirciata, e capisco subito: statistica. Lo dico da fisico. Poco dopo la ragazza si ferma, ci sorride, e ci racconta quello che sta facendo. Laurea triennale appena conclusa, a Trento, magistrale iniziata, passione profonda per la matematica, per i numeri, per i modelli. Ogni mese prende quell’aereo per tornare a trovare la famiglia. Ventuno anni. E negli occhi aveva quell’entusiasmo che riconosci subito.
Mentre parlava, mi sono rivisto anch’io a ventuno anni. Quando mi perdevo per ore, giorni, notti, a studiare, a cercare di capire, a imparare cose nuove. Nel mio caso era la fisica. Non per un voto, non per un esame, ma per quella fame che ti prende quando qualcosa ti accende davvero.
Viviamo in un tempo in cui raccontiamo spesso i giovani come ingabbiati nei loro smartphone, persi a scorrere video, intrappolati in una distrazione continua. E questo, in parte, è vero. Ma non è tutta la verità. Perché esistono ancora ragazze e ragazzi che passano le loro giornate facendo qualcosa che oggi sembra quasi rivoluzionario: studiare, capire, approfondire.
Per tutta la durata del volo era sera. Fuori dal finestrino l’Italia scorreva dall’alto, punteggiata di luci, bellissima e silenziosa. Dentro l’aereo, invece, quella ragazza continuava a fare i suoi calcoli. Scriveva, cancellava, riprovava. E ogni tanto sorrideva, come si sorride quando finalmente qualcosa torna, quando un passaggio si chiarisce, quando capisci.
In mezzo a quelle luci viste dall’alto e a quei numeri scritti su un quaderno, c’era qualcosa di profondamente rassicurante. Non c’era fretta, non c’era distrazione, non c’era posa. Solo il tempo dello studio, del pensiero che lavora, della mente che si accende.
E in quel momento, guardando lei e guardando fuori, ho pensato che sì: finché esisteranno ragazzi capaci di perdersi così, per ore, dentro ciò che amano capire, allora c’è ancora molta speranza.
Alfonso D'Ambrosio
3 weeks ago | [YT] | 6
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ScolasticaMente
Nel 1981, il maestro Alberto Manzi si rifiutò di redigere le appena introdotte “schede di valutazione”, dichiarando: «non posso bollare un ragazzo con un giudizio, perché il ragazzo cambia, è in movimento; se il prossimo anno uno legge il giudizio che ho dato quest'anno, l'abbiamo bollato per i prossimi anni».
Venne sospeso dall'insegnamento e dalla paga. L'anno successivo il Ministero della Pubblica Istruzione fece pressione su di lui per convincerlo a scrivere le attese valutazioni. Manzi fece intendere di non avere cambiato opinione, ma si mostrò disponibile a redigere una valutazione riepilogativa uguale per tutti tramite un timbro. Il giudizio era: “fa quel che può, quel che non può non fa”. Il Ministero si mostrò contrario alla valutazione timbrata, al che Manzi ribatté: «Non c'è problema, posso scriverlo anche a penna».
Da "Il cenacolo intelletuale" articolo di Guendalina Mustica
1 month ago (edited) | [YT] | 8
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ScolasticaMente
"Cosa succederebbe se non ci fossero più le api?
Un’apocalisse, non proprio immaginaria. Il mondo senza le api sarebbe un disastro di dimensioni bibliche, rispetto al quale ci sarebbero pochi rimedi da mettere in campo. Provate a dare uno sguardo lungo, a 360 gradi, nel reparto alimentare di un supermercato: il 70 per cento dei prodotti che vedete, non ci sarebbero. La loro vita dipende, in qualche modo, da una forma di impollinazione.
Un mondo senza le api non avrebbe più a disposizione il servizio di fecondazione artificiale naturale che questi preziosi insetti svolgono, e non ci sarebbe la possibilità di sostituirlo con alcuna forma di fecondazione governata dalle macchine e dalla mano dell’uomo.
Purtroppo la scomparsa delle api non è fantascienza, ma fa parte delle ipotesi concrete con le quali il nostro Pianeta così poco sostenibile deve misurarsi .
Delle 100 colture da cui dipende il 90 per cento della produzione mondiale di cibo, 71 sono legate al lavoro di impollinazione delle api.
L’impollinazione artificiale è una pratica lenta e costosa mentre il valore di questo servizio, offerto gratis dalle api di tutto il mondo, è stato stimato in circa 265 miliardi di euro all’anno.
Da qui la necessità di non avere paura delle api (questo non significa, ovviamente, sfidarle), ma semmai coccolarle, proteggerle, e avere la consapevolezza completa di quanto siano centrali per il nostro equilibrio naturale.
Far conoscere ai bambini, i nuovi adulti, questi importantissimi insetti è fondamentale per promuoverne la tutela e per affrontare tematiche importanti come la tutela dell'ambiente e della biodiversità."
Articolo di Arianna Carrera
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1 month ago | [YT] | 7
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