Svolgo la professione di counselor filosofico. Aiuto le persone a conoscersi e vivere liberamente divulgando il sapere e le pratiche della filosofia mistica. Pubblico tre rubriche settimanali sui miei canali social, tengo incontri personali di counseling filosofico e conferenze. Nel 2018, ho pubblicato il libro: "Il virus benefico. Aprirsi la strada per la libertà e la verità in un mondo di sopraffazioni e menzogne." Per incontri di counseling filosofico individuali o di coppia (in studio oppure online), conferenze, incontri nelle scuole con classi, team insegnanti e studenti, o per qualsiasi altra informazione potete contattarmi via mail all'indirizzo: dadrimblog@gmail.com Per biografia e CV visita il mio sito: www.dadrim.org
Pierluigi Dadrim Peruffo
Con tutte le campagne di terrore che viviamo tramite i media è di sicuro uno dei pensieri più ricorrenti del momento... ci è sembrato giusto parlarne insieme visto che qualche modo per uscire da questo loop c'è...
https://youtu.be/D4V09xzjbbM?is=hfENS...
1 week ago (edited) | [YT] | 6
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Pierluigi Dadrim Peruffo
Uno spunto nato da un commento al mio ultimo post sulla meraviglia che esprimono i bambini con le loro infinite domande.
Scrive una lettrice: «Solo gli animali sono ETERNA purezza e stupore. I bambini sono i bipedi umanoidi che dopo qualche tempo, ingrandendosi, popolano il pianeta malamente».
Al di là della provocazione, questa affermazione mi sembra interessante perché esprime una visione oggi piuttosto diffusa: una sorta di idealizzazione della natura e del mondo animale contrapposta a una rappresentazione quasi esclusivamente negativa dell’essere umano. Ma siamo sicuri che le cose stiano proprio così?
Gli animali sono «eterna purezza e stupore»? Credo che stiamo esagerando un po’ con il disprezzo per noi stessi e per la natura umana, finendo per mitizzare il regno animale.
Basta osservare ciò che accade in natura, dove predazione, aggressività, territorialità, competizione, lotta per le risorse e per l’accoppiamento appartengono anche agli animali. E non serve parlare di una tigre o di un lupo: basta osservare un cane o un gatto quando entrano in gioco il cibo, il territorio o l’accoppiamento.
La natura è meravigliosa, ma non è «pura» nel senso morale che noi attribuiamo a questa parola. Semmai possiamo parlare di innocenza, perché nell’animale il comportamento non sembra accompagnato da quella valutazione morale e da quella responsabilità consapevole che attribuiamo all’essere umano. Un animale può uccidere, aggredire o competere, ma non per questo lo consideriamo crudele o malvagio. Ovviamente non tutte le specie sono uguali, né lo sono i singoli individui.
Noi stessi, del resto, apparteniamo biologicamente al regno animale e portiamo con noi una lunga eredità di impulsi aggressivi, competitivi e territoriali. Ma forse la parte più degna della storia umana consiste proprio nel faticosissimo tentativo di diventare consapevoli di questi impulsi e di non esserne dominati: di trasformare la violenza in dialogo, la competizione in cooperazione, la forza in diritto, l’impulso in scelta consapevole, naturalmente con tutte le nostre enormi contraddizioni e i nostri continui e palesi fallimenti.
E con questo non voglio certo dire che cooperazione, cura, socialità ed empatia non abbiano radici anche nel mondo animale. Perciò non credo sia sensato né demonizzare l’uomo né idealizzare l’animale. L’animale non è né «puro» né «impuro»: semplicemente è ciò che è. Forse proprio questa sostanziale estraneità alle nostre categorie di giudizio morale è ciò che noi percepiamo come innocenza.
Ma trasformare questa innocenza in una superiorità morale dell’animale e l’essere umano in un bipede che semplicemente «popola malamente il pianeta» mi sembra una rappresentazione fuorviante.
Nell’uomo c’è sicuramente la capacità di una distruttività spaventosa, ma c’è anche qualcosa di altrettanto straordinario, e cioè la possibilità di accorgersene e di non voler più vivere in quel modo.
1 week ago | [YT] | 214
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Pierluigi Dadrim Peruffo
Perché i bambini attraversano una fase in cui sembrano non stancarsi mai di chiedere «perché?»? E cosa stanno cercando davvero attraverso quella domanda?
Dal mio punto di vista, i bambini, almeno inizialmente, non chiedono «perché?» soltanto per avere una spiegazione. Chiedono per meraviglia, per stupore. A volte le loro domande sono quasi più delle esclamazioni che nascono dall’incontro con qualcosa che appare nuovo, misterioso, sorprendente. Esprimono la gioia dell’ignoto, senza chiedere veramente una definizione, una conoscenza.
Per questo spesso l’adulto risponde e il bambino fa altre diecimila domande: perché sta danzando, si sta espandendo, non sta cercando di limitare ciò che incontra dentro una risposta.
Noi adulti, invece, tendiamo subito a rispondere spiegando, definendo, classificando. In parte è necessario, giacché trasmettiamo conoscenze che permetteranno al bambino di orientarsi nel mondo. Ma spesso interviene anche la nostra antica quanto errata idea che dal mero sapere nozionistico derivi una comprensione profonda e che accumulare conoscenza conferisca sicurezza. Altre volte trasmettiamo anche il desiderio di sapere per il prestigio sociale che ne deriva. O almeno ne derivava: oggi forse nemmeno quello.
Forse la cosa più saggia sarebbe imparare a dare risposte senza uccidere la domanda. Trasmettere ciò che sappiamo senza spegnere la curiosità e, soprattutto, la meraviglia; senza presentare il nostro vissuto e le nostre nozioni come verità, ma come prospettive. Anche perché molte delle risposte con cui crediamo di aver chiuso definitivamente un «perché?» sono soltanto spiegazioni provvisorie, quando non addirittura false.
In fondo il bambino ci ricorda qualcosa che la maggior parte di noi adulti ha dimenticato: conoscere la vita non significa risolverne il mistero, ma divenire noi stessi parte di esso.
2 weeks ago | [YT] | 175
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Pierluigi Dadrim Peruffo
Intontiti dalla grancassa dei media, ci viene fatto credere che nulla sia davvero in nostro potere, men che meno decidere il nostro futuro. Guerre, crisi economiche, politica, mercati: tutto sembra dipendere da forze enormi e lontane, davanti alle quali al singolo non resterebbe che adattarsi e subire.
Noi non siamo affatto d’accordo. Il nostro futuro dipende molto più da noi di quanto siamo stati abituati a credere. E vi spieghiamo perché…
https://youtu.be/gqlDoF9seKg?is=6lI2f...
2 weeks ago (edited) | [YT] | 9
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Pierluigi Dadrim Peruffo
Ieri ho visitato l’eremo francescano del Sacro Speco, vicino a Narni, uno dei luoghi in cui Francesco d’Assisi si ritirava nel silenzio e nella preghiera. Prima di andarmene ho acquistato un piccolo Tau di legno legato a un semplice cordino con undici nodi, quello che vedete nell’immagine.
Era custodito in un armadio insieme ad alcuni libri e a pochi semplici oggetti sacri. Accanto, un invito che recitava pressappoco così: lascia il contributo che vuoi e che puoi, piccolo o grande che sia, e prendi ciò che senti ti stia chiamando.
Mi è sembrato perfettamente in armonia con quel luogo. L’eremo, magnificamente custodito, era immerso nel silenzio. In tutto avrò incontrato una mezza dozzina di visitatori, anch’essi silenziosi. Nessun frate. Nessuno a controllare, a vendere, a spiegare. Solo il luogo, il bosco, le pietre, il silenzio.
Il Tau, Τ, era per Francesco un segno particolarmente caro, legato alla conversione, alla salvezza e all’appartenenza a Dio. Il suo significato affonda le radici nella tradizione biblica: Tau è il nome greco della lettera Τ, corrispondente alla Tav ebraica, ultima lettera dell’alfabeto ebraico, che nelle sue forme più antiche poteva essere rappresentata come un segno a croce. Nel libro di Ezechiele, infatti, Dio ordina di porre una Tav sulla fronte di coloro che devono essere preservati. Da questo antico segno biblico nascerà una lunga tradizione simbolica cristiana, nella quale il Tau assumerà anche il significato di salvezza e verrà infine fatto proprio da Francesco.
Anche il cordino ha un significato: i nodi permettono di accompagnare la preghiera con le dita, senza bisogno di contarla mentalmente. Nel mio, dieci nodi sembrano costituire una decina del Rosario, mentre l’undicesimo, separato, accompagna la preghiera che la introduce.
Mi ha colpito la semplicità dell’insieme: un pezzo di legno, una corda e alcuni nodi. Nessun ornamento. Una sobrietà, un quasi nulla che custodisce il significato più profondo del viaggio interiore.
Perché ogni autentico cammino spirituale prima si spoglia delle parole, dei simboli e delle credenze, per poi condurci a quel silenzio in cui l’io stesso cessa di cercare, di diventare, di possedere. Là dove rimane soltanto ciò che realmente è.
Qualcosa che non si può raggiungere, perché è già qui, ma che appare quando finalmente si posa totalmente la polvere del desiderio, compreso l’ultimo e più sottile: quello di raggiungere la verità.
4 weeks ago | [YT] | 202
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Pierluigi Dadrim Peruffo
Mi è stato scritto che l’articolo e l’immagine del post precedente sarebbero stati fatti con la stessa IA che l’articolo critica.
Ora, l’articolo è stato scritto dal sottoscritto, con qualche ora di lavoro. E anche qui, dopo questa precisazione, ci sarà sicuramente qualcuno che avrà da ridire, sostenendo che per scrivere quelle quattro boiate bastavano pochi minuti. Pensatela come volete, dormirò ugualmente. Mi sto un po’ alla volta abituando a un mondo in cui, se dici che l’acqua bagna, qualcuno ti risponderà: "Ignorante, non è vero". Oppure: "Stupido, era ovvio".
L’immagine, invece, l’ho scaricata da Internet ed è proprio ciò che mi ha ispirato la riflessione. È probabilmente prodotta dall’IA, sono d’accordo. Ma credo ci sia una bella differenza tra valutare criticamente l’uso, l’impatto e la diffusione di una tecnologia, facendo anche notare l’ipocrisia di una propaganda che finisce per attribuire ai cittadini la responsabilità di ogni male, e sostenere che quella tecnologia debba essere eliminata. Cosa che, peraltro, nel caso dell’IA, a mio modesto avviso, sarebbe oggi praticamente impossibile.
Se poi qualcuno sostiene che l’IA debba essere eliminata, considero questa tesi perfettamente legittima, ma, semplicemente, non c'entra con il nucleo del mio articolo.
Trovo invece sempre più deleterio un atteggiamento ormai diffusissimo: invece di provare a coagulare un pensiero condiviso di fronte alle palesi ingiustizie e contraddizioni del sistema, andiamo a fare le pulci a ogni poveraccio che tenta di offrire uno sguardo un po’ più ampio e, magari, utile alla maggior parte di noi.
Continuiamo pure così; continuiamo a giocare a chi la sa più lunga, a chi è più puro, a chi sgama per primo l’incoerenza dell’altro. Di questo passo, i data center diventeranno davvero l’ultimo dei nostri problemi.
Buona notte a tutti!
4 weeks ago | [YT] | 425
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Pierluigi Dadrim Peruffo
L'ambiente è un'emergenza, ma solo per noi plebei!
Da anni ci viene ripetuto, sulla base di evidenze scientifiche certamente serie, che come popolazione mondiale stiamo consumando troppo, che le risorse non sono infinite, che l'acqua sarà sempre più preziosa e che dobbiamo ridurre l'impatto umano sull'ambiente. Poi, però, basta cambiare argomento e improvvisamente il problema sembra scomparire.
Mentre chiediamo al cittadino di interrogarsi sull'automobile, sul riscaldamento, sull'aereo, sulla plastica e persino su ciò che mette nel piatto, mentre troppo spesso lo terrorizziamo anziché accompagnarlo verso una comprensione lucida dei problemi e soluzioni di buon senso, assistiamo contemporaneamente a comportamenti totalmente folli e offensivi da parte dei grandi poteri economici e finanziari del pianeta e a una corsa mondiale, ancora più folle, verso nuove tecnologie altamente impattanti, riarmo e guerre. Prendiamo soltanto i giganteschi data center necessari alla nuova corsa tecnologica: secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia, il loro consumo elettrico globale potrebbe più che raddoppiare entro il 2030, arrivando intorno ai 945 TWh annui, più dell'attuale consumo elettrico del Giappone. Nello stesso tempo l'Europa ha avviato un enorme programma di rafforzamento militare, mentre guerre ad altissima intensità continuano a divorare carburanti, acciaio, cemento, esplosivi ed energia in quantità immense.
Ma la questione più inquietante non riguarda neppure la CO₂. Una guerra moderna non distrugge soltanto esseri umani ed edifici: può contaminare per anni, talvolta per decenni, l'ambiente nel quale continueranno a vivere coloro che sopravvivono. Bombardare raffinerie, depositi petroliferi, industrie, infrastrutture energetiche, acquedotti e sistemi fognari significa poter disperdere idrocarburi, metalli pesanti, amianto, polveri e sostanze tossiche; le munizioni stesse possono lasciare residui contaminanti, mentre petroliere colpite, incendi e sversamenti possono trasferire l'inquinamento all'acqua, ai terreni e all'atmosfera.
Ed ecco qualcosa che gran parte dell'informazione sembra stranamente dimenticare: noi non viviamo accanto all'ambiente, noi mangiamo, beviamo e respiriamo l'ambiente. Ciò che contamina un terreno può raggiungere le colture, ciò che penetra nelle falde può arrivare nell'acqua, ciò che brucia viene disperso nell'aria. L'UNEP ha documentato in Ucraina gravi rischi di contaminazione di aria, acqua e suolo e ha parlato di una possibile “eredità tossica” della guerra destinata a durare generazioni; problemi analoghi sono stati documentati a Gaza e nei recenti conflitti mediorientali.
L'Ucraina pone inoltre una questione particolarmente delicata perché è contemporaneamente un paese sottoposto da anni a una guerra devastante e uno dei grandi produttori agricoli dai quali l'Europa importa cereali e altre materie prime. Di fronte a territori bombardati, incendiati, disseminati di mine e residuati bellici, nei quali sono stati documentati fenomeni di contaminazione delle acque e dei suoli, chiedersi quanto capillari siano i controlli sui prodotti agricoli destinati all'esportazione non significa diffondere allarmismo: significa porre una domanda elementare di precauzione e buon senso.
Appare allora quantomeno singolare preoccuparsi ossessivamente dell'impronta ecologica della vita quotidiana di milioni di poveracci che faticano a sbarcare il lunario, mentre consideriamo inevitabile incendiare depositi petroliferi, bombardare impianti industriali, disseminare territori agricoli di esplosivi, trasformare città in milioni di tonnellate di macerie e costruire arsenali sempre più giganteschi, per poi, terminata la guerra, consumare altre immense quantità di cemento, acciaio ed energia per ricostruire ciò che, impiegando altrettante immense quantità di risorse, abbiamo appena finito di distruggere. La finanza potrà anche giubilare, ma il buon senso, la dignità umana e milioni di persone hanno ben poco di cui rallegrarsi.
Questo non è un argomento contro l'ecologia, ma esattamente il contrario: è la richiesta di prendere il problema sul serio senza prendere sistematicamente per il culo le persone. Persone che, sia chiaro, non considero affatto soltanto vittime innocenti del sistema: trovo anzi sconcertante la facilità con cui milioni di individui possono essere terrorizzati per l'impatto ambientale della propria automobile, del riscaldamento di casa, di un viaggio o di ciò che mettono nel piatto e, contemporaneamente, accettare guerre devastanti, riarmi giganteschi e tecnologie enormemente energivore non appena vengono loro presentati come necessari, inevitabili o moralmente giusti. È proprio questa incapacità di riconoscere una contraddizione tanto macroscopica a mostrare quanto profondamente il racconto del potere possa diventare il nostro stesso modo di pensare.
E allora, ricconi e potenti del mondo, considerate almeno questo: l'atmosfera non conosce geopolitica, l'acqua non distingue amici e nemici e un terreno contaminato non sa se la sostanza tossica che contiene provenga da un'attività che abbiamo deciso di condannare o da una guerra che abbiamo deciso di considerare necessaria. La natura non conosce le nostre giustificazioni e tantomeno le nostre menzogne; e davanti alle sue leggi voi non siete meno vulnerabili, né forse meno ignoranti, di quel popolo che troppo spesso sembrate considerare poco più che bestiame. Anzi, dell'ignoranza umana potreste rappresentare proprio la sua più raffinata quintessenza.
4 weeks ago | [YT] | 170
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Pierluigi Dadrim Peruffo
Mi è stato chiesto: «Se le informazioni che possediamo possono cambiare e siamo inevitabilmente ignoranti su moltissime cose, possiamo davvero comprendere la natura delle cose? La nostra coscienza può guidarci anche quando ci manca la conoscenza?»
È una domanda fondamentale.
Non conosceremo mai tutti i fatti. Non sapremo mai tutto di una persona, di un avvenimento, di una guerra, di ciò che accade nel mondo. E ciò che oggi crediamo vero domani potrebbe essere modificato da una nuova informazione.
Ma forse esiste un criterio che viene prima dell'informazione.
Possiamo non sapere chi abbia ragione, ignorare cause, intenzioni e retroscena. Ma possiamo sempre osservare che cosa una presunta conoscenza produce dentro di noi.
Se un'ipotetica conoscenza della mente fa germogliare nel cuore le piante velenose della rabbia, della paura e dell'odio, quella conoscenza è falsa o parziale.
4 weeks ago | [YT] | 85
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Pierluigi Dadrim Peruffo
In questo video cercheremo di comprendere che cosa sia davvero il pensiero critico e come possa svilupparsi in modo autentico. Scopriremo che non nasce dall'accumulare opinioni o informazioni, ma dal silenzio della mente, dall'osservazione attenta e dalla capacità di vedere i fatti senza deformarli con pregiudizi, paure e desideri. Solo una mente che sa osservare con lucidità può avvicinarsi alla verità e vivere con maggiore libertà.
https://youtu.be/y2jf27kO4vA?is=44W_m...
1 month ago (edited) | [YT] | 6
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Pierluigi Dadrim Peruffo
Sotto il mio ultimo video, in cui osservavo come molte delle principali aziende che sviluppano intelligenza artificiale stiano assumendo filosofi per migliorare la capacità di ragionamento dei loro sistemi e ridurre gli errori (le cosiddette "allucinazioni"), mi sembrava piuttosto evidente che non stessi facendo un'apologia dell'intelligenza artificiale.
Il punto era esattamente l'opposto: evidenziare il paradosso di una società che riscopre il valore del pensiero filosofico quando deve istruire una macchina, dopo averlo progressivamente marginalizzato nell'educazione dei propri giovani. Filosofia e, spesso, anche psicologia vengono considerate discipline di serie B rispetto a materie ritenute più "utili" o prestigiose, come fisica, medicina o, in certi periodi storici, perfino la virologia.
Che una parte dei commenti sia completamente fuori fuoco rispetto al contenuto del video non mi sorprende più. È un fenomeno al quale mi sono ormai abituato: io parlo di banane e qualcuno mi risponde illustrandomi le abitudini riproduttive delle scimmie.
Al di là di questa nota di colore, vorrei porre una domanda molto semplice a chi conserva ancora una certa capacità di analisi e di discernimento: avete mai provato a confrontare il livello argomentativo di un'intelligenza artificiale ben progettata con quello espresso, mediamente, nelle discussioni pubbliche o sui social?
La risposta, per quanto possa risultare scomoda, è sotto gli occhi di tutti. Ed è proprio questo il dato più inquietante: non tanto ciò che stanno diventando le macchine, quanto ciò che stiamo smettendo di essere noi.
Buona giornata a tutti,
Pier
1 month ago | [YT] | 133
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