Pierluigi Dadrim Peruffo

Svolgo la professione di counselor filosofico. Aiuto le persone a conoscersi e vivere liberamente divulgando il sapere e le pratiche della filosofia mistica. Pubblico tre rubriche settimanali sui miei canali social, tengo incontri personali di counseling filosofico e conferenze. Nel 2018, ho pubblicato il libro: "Il virus benefico. Aprirsi la strada per la libertà e la verità in un mondo di sopraffazioni e menzogne." Per incontri di counseling filosofico individuali o di coppia (in studio oppure online), conferenze, incontri nelle scuole con classi, team insegnanti e studenti, o per qualsiasi altra informazione potete contattarmi via mail all'indirizzo: dadrimblog@gmail.com Per biografia e CV visita il mio sito: www.dadrim.org


Pierluigi Dadrim Peruffo

📥Per una migliore organizzazione, vi chiedo gentilmente di comunicare la vostra partecipazione e il numero dei presenti all’indirizzo e-mail dadrimblog@gmail.com📥


POTERE E AMORE



Dalla fragilità dell’Io moderno
a una coscienza radicata nell’amore



Un incontro per esplorare le cause della fragilità dell’Io moderno e il suo bisogno di controllo nelle relazioni.


Un invito a riscoprire il potere e la pace dell’amore maturo, oltre le logiche del dominio e della paura.



Con Pierluigi Peruffo – Counselor filosofico



Venerdì 20 febbraio
ore 20.45



Presso il Centro Parrocchiale
di Polegge - Vicenza


Strada di Polegge 82


Partecipazione libera

2 days ago | [YT] | 40

Pierluigi Dadrim Peruffo

Questa sera un incontro che spero non vi perdiate!

https://youtu.be/igVRxZncZPY?si=pmf-h...

1 week ago | [YT] | 12

Pierluigi Dadrim Peruffo

Un amico mi ha scritto un commento molto onesto, che riassume un dubbio diffuso: se la situazione economica è davvero così grave, come mai si vedono ancora ristoranti pieni e città affollate, soprattutto nei luoghi turistici? È una domanda legittima, che merita una risposta altrettanto onesta.
Il problema, a mio avviso, è che ristoranti pieni e città affollate non sono un indicatore attendibile del benessere. Conviene guardare i dati, pur sapendo che non sono un verbo rivelato, e soprattutto ascoltare le persone in uno spazio più intimo.
Ciò che si vede in giro racconta soprattutto una forte polarizzazione: chi può ancora permettersi di esserci e chi, invece, è costretto a sparire quasi completamente dallo spazio pubblico. Non va poi sottovalutato che alcune persone, proprio per disperazione, utilizzano i pochissimi soldi rimasti per una cena fuori o un momento di svago, nel tentativo di anestetizzare la fatica e mantenere un’immagine di normalità, mentre a casa il riscaldamento è spento o le rinunce si accumulano. È un meccanismo di compensazione noto e sempre più diffuso.
Lo stesso vale per le auto nuove: sembrano un segnale di benessere, ma i dati mostrano un indebitamento crescente, tra prestiti, mutui e rateizzazioni. È una dinamica di progressiva americanizzazione della nostra cultura, molto distante da ciò che, fino a non molti anni fa, sarebbe stato considerato normale o persino sensato.
La fatica reale è silenziosa. Non si vede passeggiando il sabato sera, ma emerge con chiarezza nei numeri, nelle rinunce quotidiane e nelle vite che progressivamente si restringono.
Nei quartieri poveri, e nelle città all’alba o nella notte, quando le persone che vivono ai margini diventano più visibili perché il consumo si ferma e la maschera collettiva si abbassa, il quadro è ancora più netto. Lì il disagio non è una percezione soggettiva, ma una presenza concreta, talvolta inquietante, che di giorno viene semplicemente nascosta o rimossa. Le nostre città, soprattutto quelle più piccole e un tempo considerate benestanti, mostrano forse più di altre il cambiamento doloroso in atto.

#CrisiReale
#ImpoverimentoSilenzioso
#PolarizzazioneSociale
#PovertàNascosta
#DatiControNarrazione

1 week ago | [YT] | 232

Pierluigi Dadrim Peruffo

Un articolo del giornale della mia città titola così:
“La corsa dei vicentini ai Compro Oro. Anelli e persino denti, vendono tutto.”
Il titolo sembra trasmettere un messaggio chiaro: crisi, paura, disperazione.
Poi però arriva il sottotitolo, quello che normalizza tutto, che dovrebbe rassicurarti, tranquillizzarti, quasi cullarti nell’idea che vada tutto bene, che la gente sia serena, spensierata, leggera. Che pensi ai viaggi, mica a pagarsi una visita specialistica perché l’ospedale ti dà appuntamento tra sei mesi. Mica a sistemare l’auto vecchia o la caldaia che non funziona. No, secondo questa narrazione i vicentini vendono persino i denti del nonno per andare in vacanza. E vale la pena ricordare che Vicenza è stata a lungo una delle città più ricche d’Italia.
Ecco il sottotitolo:
“Il valore alle stelle del metallo spinge ad aprire portagioie e casseforti. Meglio i soldi per viaggiare che un anello fermo.”
A questo punto viene spontaneo chiedersi con chi parlino certi giornalisti. Io parlo ogni giorno con le persone, le ascolto davvero, ascolto le loro storie, anche quelle più intime. Le persone si confidano, e posso dirlo senza esitazioni: le cose vanno male. Molto male. Altro che viaggi.
Il sistema mediatico sta compiendo un’operazione di rimozione senza precedenti del disastro economico in corso, un disastro epocale raccontato come se fosse una scelta di leggerezza, quasi un capriccio consumistico. Questa è una delle forme più subdole di violenza simbolica: trasformare la necessità in virtù, la fatica in folklore, la sopravvivenza in frivolezza.
Non sentitevi soli se siete in difficoltà, perché questa è la cosa più vile che fa questo sistema. Isola, mortifica, colpevolizza. Scarica tutto il peso sulle spalle del padre o della madre che non riescono ad arrivare a fine mese, sul singolo che non riesce a costruirsi un futuro, sulla persona che vive nella paura e nel disgusto per la delinquenza e il degrado che crescono ogni giorno tutt’intorno.
Lo ripeto con chiarezza, senza giri di parole: non siete soli. Dirlo a voce alta è già un atto di verità. Usciamo insieme da questa cappa di ipocrisia e falsità, da questo racconto tossico in cui sembra che siamo tutti al luna park, mentre sotto la superficie c’è un Paese che fatica, che stringe i denti, che vende ciò che può non per viaggiare, ma per resistere.

#CrisiReale
#ItaliaReale
#PovertàNascosta
#NarrazioneTossica
#NonSieteSoli

1 week ago | [YT] | 181

Pierluigi Dadrim Peruffo

Ci sono assenze che ci abitano più di qualsiasi presenza. Quando qualcuno che abbiamo amato ci lascia, non svanisce mai ma semplicemente si sposta nella memoria, nel corpo, nell'anima, in quei momenti imprevedibili in cui tutto sembra normale e, all’improvviso, qualcosa stringe il petto e toglie il fiato senza chiedere permesso. È una forma di presenza sottile, quasi invisibile, che ti accompagna mentre tutto sembra andare avanti, tranne il tuo cuore che senti camminare all'indietro cercando di ritrovare quel tempo, quel profumo, quelle strade, quelle risa e quei cieli pieni di stelle.
La mancanza nasce perché abbiamo amato, perché ci siamo esposti, perché abbiamo permesso a qualcuno o a qualcosa di entrare così in profondità da divenire parte di noi stessi. E questo, anche se fa male, non è un errore. È il segno che non siamo rimasti in superficie, che abbiamo vissuto davvero, che abbiamo incontrato la vita là dove dal due si genera l'uno, e questo si chiama amore. Chi non ha conosciuto la mancanza, non ha mai incontrato la presenza, quella vera, quella che ti fa perdere ogni senso di separazione e di paura, perché ti dona il coraggio di attraversare anche la morte.

Un abbraccio e buona serata a tutti,
Pier

#consapevolezza #presenza #amore #mancanza #coscienza

2 weeks ago | [YT] | 244

Pierluigi Dadrim Peruffo

Il commento che vedete qui sotto, l'ennesimo, è un esempio piuttosto chiaro di spostamento del discorso dal piano sistemico a quello personale, che è uno dei meccanismi più comuni quando non si entra nel merito di ciò che viene detto.
Il fatto che io scelga di non esporre pubblicamente la mia vita privata, i miei affetti o eventuali membri della mia famiglia non è una prova di nulla, se non del rispetto che porto verso persone che non c’entrano niente con il mio lavoro pubblico. Trarre conclusioni sull’intera vita di qualcuno a partire da poche foto pubblicate sui social è un salto logico che dice molto più di chi lo compie che di chi ne è oggetto.
Ma il punto centrale è un altro, ed è qui che avviene il vero fraintendimento. Il vissuto personale di chi parla non è ciò di cui si sta discutendo. Io non sto facendo propaganda per indirizzare le scelte individuali, né sto dicendo alle persone cosa debbano fare della propria vita. Sto denunciando una propaganda sistemica, culturale e politica, che agisce da anni sul piano collettivo, orientando le nuove generazioni attraverso narrazioni che mortificano il futuro, svuotano il desiderio, banalizzano la rinuncia e presentano la denatalità come segno di progresso.
Confondere l’analisi di un fenomeno generale con il profilo biografico di chi lo osserva è un errore logico grave. È il classico tentativo di spostare il focus da chi fa propaganda a chi la denuncia. In questo rovesciamento paradossale, il problema non diventa più l’azione sistemica che condiziona il pensiero, ma la persona che la mette in discussione.
C’è poi un ulteriore livello di inconsapevolezza, ed è forse il più delicato. Dire “tu non hai figli, quindi perché parli” presuppone cose che non si conoscono e che non si possono conoscere. Una persona potrebbe avere figli, averli avuti e persi, averli desiderati senza aver potuto averli, oppure aver fatto scelte che non riguardano nessuno se non lei. Portare il discorso su questo piano, con supposizioni immaginifiche, significa non considerare minimamente il possibile vissuto reale dell’altro.
Inoltre, se si accettasse questo criterio, solo chi vive direttamente una condizione potrebbe parlarne. Nessuno potrebbe più criticare la guerra senza averla combattuta, la povertà senza averla subita, o l’ingiustizia senza esserne vittima diretta. È una posizione logicamente insostenibile.
Il mio lavoro non è indirizzare le scelte, ma aiutare a renderle consapevoli, in qualunque direzione esse vadano. Difendere la libertà di pensare, sentire e progettare il proprio futuro non significa imporre modelli, ma smascherare le narrazioni che lavorano per restringere quell’orizzonte.
Quando chi denuncia un’azione che ostacola la fioritura del libero pensare diventa “il problema”, significa che il meccanismo di propaganda sta funzionando molto bene. Ed è esattamente di questo che stiamo parlando.

2 weeks ago | [YT] | 217

Pierluigi Dadrim Peruffo

Ormai è un mantra di molti adulti, spesso anche piuttosto avanti con l’età. “Chi fa figli oggi è un pazzo.” “Io non lo farei mai.” “Ho detto a mia figlia che fa bene a non cercare di avere una famiglia.”
Sono frasi che sento di continuo e che inondano i social, per non parlare di canali, podcast e altri spazi che fanno una propaganda antinatalista spesso patetica. Su questa storia dei figli, dei giovani e del futuro provo rabbia quando vedo che sono proprio adulti, magari ben oltre i quarant’anni, a farsi portavoce di questa narrazione. Sarò duro ma onesto: spero che siano queste generazioni, teoricamente adulte, a farsi da parte il prima possibile, non i bambini a smettere di nascere. Resto senza parole e sento il desiderio di spiegare bene il perché, anche considerando che non sostengo affatto nemmeno la posizione opposta, quella del “figli, figli, figli” o del “famiglia, famiglia, famiglia”. Come ho sempre detto, mi auguro soltanto che ogni essere umano possa compiere scelte, soprattutto se importanti e non rimediabili, in piena consapevolezza, libere e non condizionate o viziate dalla paura e dalla propaganda. È certo che quando la paura domina, l’intera vita viene scambiata per un errore. Tuttavia non è il mondo, in astratto, a essere troppo duro per i figli; è il mondo adulto ad avere problemi seri, perché non ha fatto pace con se stesso, con i propri simili, e continua a pensare solo a sé. Pensateci un attimo. Invitare a rinunciare alla generazione non è un atto educativo, è una confessione inconsapevole di resa e di fallimento, scaricata sugli altri, sulla vita, sui giovani. Ed è qualcosa che danneggia tutti.
Ho sempre sostenuto che la scelta di non avere figli è legittima e va rispettata, se consapevole. Non mi permetterei mai di giudicare chi sceglie di non averli. Ciò che non è accettabile è trasformare la propria paura o il proprio egoismo in propaganda, diffondere l’idea che la vita sia un errore e che il futuro debba essere evitato perché riserva solo miseria e rovina. In questo modo i giovani finiscono per essere avvelenati non solo dai sistemi mainstream e dai social spazzatura, ma anche da molti adulti e persino da anziani che li circondano. Quando sento dire, ad esempio: “Non hai visto che questi giovani si ammazzano fra loro a scuola? Che figli vuoi che facciano?”, mi fermo e penso a questo: viviamo in una società con un numero abnorme di adulti e anziani rispetto ai minori e, allo stesso tempo, con una clamorosa incapacità di educarli e contenerli. Sappiamo solo giudicarli e, in alcuni casi, persino temerli.
È quindi palese che il problema non siano i giovani o i bambini, né il mondo in sé. Il problema siamo noi adulti, gelidi fra noi, avidi, egoisti, infantili, come mai prima materializzati, terrorizzati dalla morte e forse ancora di più dalla vita. La disillusione, il cinismo e le frasi che amplificano la resa non fanno bene a nessuno, soprattutto a chi è giovane e ha ancora davanti a sé un futuro fatto di sogni, progetti e possibilità, tra cui anche quella di avere figli. C’è poi un aspetto che trovo profondamente ingiusto quando questi messaggi arrivano da persone che la loro vita l’hanno già vissuta, che hanno attraversato anni più stabili e prosperi, che hanno goduto di opportunità reali e talvolta hanno anche avuto figli. È legittimo dire oggi alle nuove generazioni: “Evitate di avere figli, il mondo è un disastro, il futuro sarà una tragedia”, anziché collaborare fino all’ultimo per migliorare la vita reale, dimenticando, peraltro, che siamo stati proprio noi, come generazioni adulte, ad aver contribuito a ridurre così la vita, spesso beneficiandone senza pensare a chi sarebbe venuto dopo? Anche ammesso che, singolarmente, non abbiamo fatto nulla di male per rendere così difficile il presente, resta una responsabilità più profonda: la gratitudine. La mancanza di gratitudine è il segno più chiaro del non riconoscimento di ciò che abbiamo avuto ed è anche una delle spiegazioni più limpide del perché ci stiamo lasciando sottrarre tutto sotto i nostri stessi occhi. Anziché gettare ombre sul sentiero di chi muove i primi passi, potremmo piegarci e togliere i sassi su cui rischiano di inciampare.

#CoscienzaAdulta
#ResponsabilitàGenerazionale
#FuturoUmano
#PauraCollettiva
#EducareNonRinunciare

3 weeks ago | [YT] | 160

Pierluigi Dadrim Peruffo

Ormai, dopo i miei ultimi articoli e video che potrei scherzosamente definire “senza mamma e papà”, in modo martellante continuo a ricevere commenti e mail di disappunto e di delusione, per non parlare delle chiusure degli abbonamenti, il tutto accompagnato da etichettine sempre nuove e sempre uguali allo stesso tempo. L’ultima, in ordine di apparizione, è stata: “Sei un rosso senza speranza!”.

Rosso, cioè comunista (a parte il fatto che qualcuno mi deve spiegare cosa significhi oggi comunista), quindi una scorciatoia linguistica che riduce, semplifica e infine mortifica il tentativo di aprire la coscienza e di andare oltre l’ordine degradante del discorso imposto. A giorni alterni mi vengono appuntate addosso varie spillette: “fassista”, comunista, retrogrado, progressista, maschilista, femminista.

In base al posizionamento di chi ascolta quel che dico, finisco così un po’ più a destra o a sinistra, un po’ sopra o sotto, nel tentativo costante di contenere, dentro una mappa bidimensionale o dentro una tifoseria ideologica, un movimento di coscienza che in realtà cerca di andare oltre i confini che il sistema vorrebbe imporci come appartenenza o come opposizione, due polarità che non sono altro che le facce della medesima medaglia.

Con la pandemia avevo persino sperato che, con tutto quel vaccinare, fossimo stati almeno vaccinati dalle etichette, considerando il male colossale che hanno prodotto nelle relazioni, nel tessuto sociale e nella capacità stessa di ascoltarci. La realtà è stata opposta, porca paletta eolica, poiché il pensiero dicotomico ne è uscito ulteriormente rafforzato.

Al di là di queste categorie logore, continuamente riproposte all’interno di un pensiero binario e divisivo, funzionale a frammentare le persone e a speculare sopra le nostre teste, con i nostri soldi e con le nostre vite, esiste però una realtà più silenziosa, più vasta e più soleggiata. È la realtà di un pensiero incondizionato che osserva, condivide, riflette, ritorna a confrontarsi, con affetto e con l’intenzione autentica di scorgere il vero e il bene insieme, con amore.

Guardate la luna e non il dito, argomentate partendo dall’ipotesi che ci si voglia incontrare, che forse non ci si sia capiti, e resistete alla tentazione di lanciare etichette come frecce contro un nemico immaginario.
Vabbè, io continuo “senza mamma e papà”, non perché orfano, ma perché uscito di casa da un po’. Se vi riconoscete, continuiamo a passeggiare amorevolmente e simpaticamente assieme verso il sole.

#PensieroCritico
#OltreLeEtichette
#Coscienza
#Dialogo
#Polarizzazione

3 weeks ago (edited) | [YT] | 372

Pierluigi Dadrim Peruffo

Vedo che non sono poche le persone che credono che Trump sia impegnato in una sorta di missione per conto di Dio, come Jake ed Elwood nel film Blues Brothers. Dopo il mio video ironico e provocatorio sulla Machado che simbolicamente investe Trump del premio Nobel per la pace, ho ricevuto alcune osservazioni che vedo ripetersi un po’ ovunque, anche sui nostri media: sostanzialmente quel che facevo altrettanto ironicamente notare con un altro video di pochi giorni fa dal titolo “La badante mi ha detto”.
Infatti, da quando Trump ha rapito Maduro, pare che tutti abbiano d’un tratto almeno un amico, un parente o una badante venezuelana che testimonia l’orrore del regime. Strano che nessuno avesse una badante del Donbass prima dell’operazione militare speciale russa.
Ad ogni modo, i problemi di comprensione più elementari si stanno diffondendo a macchia d’olio. Vale quindi la pena, come ormai rito, fare alcune precisazioni per tentare di ripristinare il minimo buon senso.
Non ho mai detto che i governi “sono tutti uguali”, né che non esistano differenze storiche. Ho ad esempio detto, in un commento, che sono contro tutti nel senso che non mi schiero con nessun potere armato, che non sacralizzo alcuna guerra e che sono contro tutte le forme di aggressione oggi in atto.
Se facciamo l’esempio del nazismo (come mi è stato fatto, dicendo che se le persone durante quel periodo fossero state contro tutti oggi ci sarebbero ancora i campi di concentramento), vale la pena ricordare le molte persone che vi si opposero senza essere né comuniste né filo-statunitensi, ma semplicemente umane.
Se questa posizione viene letta come complicità alle varie malefatte del nostro tempo, a mio avviso siamo di fronte a un errore ermeneutico fondato sulla binarietà del pensiero contemporaneo, secondo cui o si è con qualcuno o contro qualcuno, come se alternative ulteriori non esistessero, quando nei fatti ve ne sono sempre infinite.
Essere critici verso un potere o un sistema, inoltre, non esclude la possibilità di riconoscerne o sostenerne singole azioni in specifici momenti drammatici della storia, senza per questo trasformarlo in un riferimento morale assoluto.
Il punto più rilevante, per me, non è scegliere tra poteri armati contrapposti, ma interrogare la logica che li produce. Ogni volta che la storia viene usata per giustificare nuove guerre, il pensiero critico viene sospeso e la violenza torna a essere legittimata. A me interessa questo.
Inoltre, se iniziamo a dare premi Nobel per la pace a chi conduce o sostiene guerre, diventa difficile capire a chi andranno domani le medaglie al valore per le azioni militari. È questa l’assurdità che facevo notare nel breve video, anche se pare non immediatamente comprensibile. Non ho valutato il governo Maduro, ma il senso stesso del termine pace, che sembra essersi evidentemente dissolto da quando la propaganda mediatica ha iniziato a cambiare le etichette ai fatti. Curioso vedere come le persone mangino carne putrefatta se sopra al piatto viene messa l’etichetta “specialità fiorentina”. Non lo trovate curioso?
Usare poi ancora una volta il nazismo come paragone automatico per obbligare gli altri a schierarsi è una scorciatoia dialettica di tipo sofista, logora, non un’analisi storica accurata. Rifiutare la logica della guerra non significa negare le differenze tra i regimi, ma non concedere a nessun potere il diritto di giustificare la violenza come soluzione dei conflitti e, soprattutto, di farci aderire. Sembra essersi completamente persa l’idea che da un contenzioso si possa uscire senza violenza, ed è stato proprio questo, storicamente, il passaggio che ha legittimato a livello di massa le guerre più atroci.
Ad maiora semper, Frati.

#NobelPerLaPace
#IpocrisiaOccidentale
#NonMiSchiero
#Trump
#venezuela

3 weeks ago | [YT] | 252

Pierluigi Dadrim Peruffo

Negli ultimi anni si è diffusa l’idea che l’essere umano sia destinato a superare se stesso, a trascendere i propri limiti biologici e psicologici, fino a diventare qualcosa di simile a un dio. Questa visione è stata resa popolare anche dal libro Homo Deus, scritto dallo storico israeliano Yuval Noah Harari, nel quale il futuro dell’umanità viene immaginato come un percorso di potenziamento tecnologico, cognitivo e, in certa misura, spirituale. Mi è stato chiesto cosa ne pensi e quale relazione veda tra questa prospettiva e ciò che tradizionalmente viene chiamato illuminazione.
Dal mio punto di vista non vi è alcuna illuminazione da sperare, da raggiungere o da proiettare in un futuro ideale per fuggire dal presente, perché ogni tentativo di spostare la liberazione in avanti finisce per rafforzare la stessa struttura mentale da cui si vorrebbe evadere. Allo stesso modo, non vedo alcun homo deus da creare, né attraverso la tecnologia, né attraverso un’evoluzione forzata della coscienza, né mediante nuove forme di potere mascherate da progresso spirituale. Vedo piuttosto un poro homo (come si dice dalle mie parti) da curare, un essere umano fragile, confuso, ferito, che prima di aspirare a trascendersi avrebbe bisogno di essere visto, ascoltato e accolto nella propria vulnerabilità.
L’idea di un uomo che diventa dio, che supera i propri limiti e si emancipa definitivamente dalla propria condizione, mi appare come l’ennesima riedizione della fuga perenne da noi stessi che ci caratterizza in modo trasversale, una spiritualizzazione del desiderio di controllo e di onnipotenza. L’illuminazione, se questo termine ha un senso, non è una conquista futura né un potenziamento dell’io, ma un vedere radicale ciò che è, qui e ora, senza abbellimenti né scorciatoie. Non un salto oltre l’umano, ma un incontro pieno con l’umano così com’è, nel suo dolore, nella sua paura e nella sua domanda di senso, nella sua immensa bellezza oggi tremendamente velata.
Per questo, più che immaginare dèi a venire, sento l’urgenza di invitare tutti noi a tornare a prenderci cura del semplice essere umano che già siamo, di quel “povero uomo” che chiede attenzione e verità, non promesse di grandezza. È forse proprio in questa cura, umile e concreta, che si cela ciò che spesso, con grande superficialità e confusione, chiamiamo illuminazione.

Buona serata a tutti!
Pier

#CoscienzaUmana
#Illuminazione
#SpiritualitàContemporanea
#CrisiDelProgresso
#SensoDellaVita

4 weeks ago | [YT] | 160