Il 6 maggio è stato l'Overshoot Day dell'Italia: la popolazione italiana ha esaurito le risorse naturale a disposizione del nostro Paese che la Terra è in grado di rigenerare in un intero anno.
Il nostro paese arriva quest’anno con 11 giorni di anticipo rispetto all’anno scorso, segnalando l’aumento della pressione sui sistemi naturali del Pianeta (qui il triste record raggiunto il 19 maggio nel 2024). E ancora, nel 2023 era caduta il 2 agosto; nel 2022 il 28 luglio (eccezionalmente in anticipo di un giorno rispetto al 2021, che portava con sé gli effetti della pandemia da Covid-19 con il rallentamento dell’economia globale e il conseguente impatto su consumi ed emissioni); e, per andare più lontano, nel 1973 il 3 dicembre.
Si è calcolato che, se gli abitanti della Terra vivessero in un Paese come l’Italia, così come anche in Germania o in Francia, avrebbero un'impronta ecologica quattro volte la biocapacità disponibile e ci vorrebbero le risorse di circa 3 Pianeti (contro la media globale di 1,7 pianeti).
L'Overshoot day globale è stato lo scorso anno il 1° agosto; quest'anno sarà comunicato il 5 giugno, in occasione della Giornata Mondiale dell'Ambiente
🔔Attiva la campanellina per non perdere i nostri post
Quattro decenni sono l'ineluttabile scorrere del tempo, ma che si porta dietro, spesso, anche verità e giustizia. È un copione trito e ritrito nelle vicende criminali italiane, laddove potere e mafia si mescolano e il grigio della connivenza attecchisce peggio del nero, schiacciando il bianco. Il bianco erano due gemelli di 6 anni, Giuseppe e Salvatore Asta, morti il 2 aprile di 40 anni fa, insieme alla loro madre Barbara Rizzo, solo 30 anni, il cui unico pensiero in quegli istanti era accompagnarli a scuola; non ci arriveranno mai. La loro auto fece da scudo a quella che rappresentava il vero obiettivo dell'ordigno esplosivo piazzato su quella strada della borgata marinara di Pizzolungo, su cui viaggiava il giudice Carlo Palermo, da poco giunto in Sicilia. Il nero, si sa, è la mafia, quella che uccide i giudici per vendicarsi delle loro indagini fastidiose. O almeno questa è la narrazione di comodo che si è sempre tramandata (subito dopo la strage, il sindaco di Trapani addirittura negò che lì la mafia ci fosse). È qui che entra in gioco il grigio dei rapporti torbidi tra Stato e mafia, massoneria e financo istituzionali sovranazionali. Il giudice Palermo era reduce da un'esperienza investigativa a Trento, dove aveva lavorato pure su Cosa Nostra, con ipotesi che spaziavano dai traffici di droga internazionali con il Medio Oriente a trattative per la compravendita di armi e petrolio col coinvolgimento di militari e agenti segreti (proprio nel trapanese era attiva in quel periodo una base dell'organizzazione paramilitare "Stay behind" Gladio) e flussi di denaro che coinvolsero, nelle prime fasi dell'indagine, anche la loggia massonica P2 e la politica, tanto da fare intervenire Bettino Craxi in persona, all'epoca presidente del consiglio, a presentare un esposto al CSM che toglierà a Palermo l'indagine. I punti di raccordo con la Sicilia avevano già meritato approfondimenti: per questo la sua strada si incontrò con quella di un altro integerrimo e pervicace giudice, Giangiacomo Ciaccio Montalto, che fu ucciso solo 3 settimane dopo il suo incontro con Palermo, nell'83. All'inizio la strage fu messa in relazione alla scoperta di un'importante raffineria di eroina della provincia: ma un attentato così eclatante non poteva essere giustificato con le indagini sul solo traffico di droga, pure se portatore di ingenti introiti. Le prime indagini portarono sul banco degli imputati mafiosi locali, poi assolti e scarcerati e poi ancora indagati nuovamente tempo dopo, ma non più processabili per lo stesso reato per i quali erano stati assolti. A essere condannati come esecutori materiali, tra gli altri, finiranno Vincenzo Galatolo e Antonino Madonia, inquietanti protagonisti di tanti fatti di sangue decisi proprio in quel vicolo Pipitone, uno dei QG di Cosa Nostra dove si sono decisi omicidi di uomini di Stato onesti e accordi con uomini di Stato corrotti. Forse proprio il loro coinvolgimento conferma che non c'è "solo" la mafia dietro quell'attentato, che, se così fosse stato, si sarebbe potuto evitare (cosa più conveniente per i mafiosi) in favore di un più semplice e meno roboante omicidio con armi da fuoco nella villa al mare dove il giudice trascorreva il suo tempo senza la scorta. Ma una verità processuale completa, anche in questo caso, non c'è. Ed è sempre meno possibile scriverla. Ma è possibile riflettere, ricordare e andare oltre le apparenze, le immagini ingannevoli, i depistaggi, le menzogne. Queste sono state le caratteristiche della storia di almeno metà del ventesimo secolo in Italia. Forse si dovrebbe ripartire da lì.
🔴L'INTERVISTA DI ATTIVAMENTE A LUCA CASARINI SUL NOSTRO CANALE
Luca Casarini appare convinto, risoluto, paradossalmente sereno, nonostante abbia saputo di essere stato violato nella sua privacy dai servizi segreti, non perché sia un criminale ma perché ha soccorso e soccorre migranti buttatisi in disgraziati viaggi della speranza per fuggire da condizioni indicibili. Sono quelle che si vivono nei campi di detenzione in Libia, fra torture gratuite e abusi diffusi in una prigionia disumana, alla quale sovrintendeva (e forse è già ritornato a farlo) Usama al-Masri, il generale miliziano libico ritornato a casa su un aereo di Stato dopo la mancata cattura nonostante il mandato d'arresto della Corte Penale Internazionale (lui e Chico Forti lasceranno sicuramente recensioni a ben 5 stelle per l'ospitalità di accoglienza e ripartenza del governo Meloni). Sono quelle che vivevano anche i 94 migranti morti nel naufragio di due anni fa sulle coste calabresi di Cutro. Due vicende che hanno sollevato tante controversie diventate oggetto di indagine o di attenzioni internazionali.
Luca Casarini le ha ricordate entrambe e ha richiamato il dovere che ha sentito e continua a sentire, nonostante lo spionaggio, anzi, soprattutto per quello, per la democrazia a rischio, per il segreto di Stato apposto sulla vicenda Paragon, che ha coinvolto fra gli altri anche il giornalista Francesco Cancellato di FanPage.
Di questo, del sogno della “cospirazione del bene” e di altro ha parlato ad Attivamente nell'intervista disponibile sul nostro canale YouTube.
Il 28 dicembre del 1943, a Reggio Emilia, i fratelli Cervi venivano uccisi per rappresaglia. Era una famiglia contadina e partigiana, la loro, che decise di lottare contro il fascismo, diventando un punto di riferimento per la resistenza locale.
Il 25 luglio dello stesso anno, apprendendo della destituzione di Mussolini, i Cervi, per festeggiare, avevano preparato e distribuito pastasciutta per tutto il paese di Campegine. La casa dei Cervi per mesi fu porto sicuro per i partigiani che dopo un ventennio di angherie lottarono contro l'occupazione nazi-fascista.
La pastasciutta antifascista diventerà, negli anni, un simbolo della lotta contro il regime e riorganizzata, ancora oggi, in diverse parti d'Italia.
A quasi un anno dalla loro morte, degli scagnozzi fascisti daranno alle fiamme la loro vecchia casa. “Genoeffa (la madre ndr) quando vide le fiamme - scrive Alcide Cervi ne ‘I miei sette figli’ - risentì quella notte, quegli spari, quei figli con le mani alzate nel cortile, e gli addii, e il furgone che parte. Così cadde di colpo e il cuore non resse, le era venuto l'infarto. Rimase a letto un mese (...) morì il 14 novembre”. ____ Piero Calamandrei scrisse in memoria e onore di Genoeffa “Epigrafe per la madre dei fratelli Cervi”:
‘Quando la sera tornavano dai campi sette figli ed otto col padre il suo sorriso attendeva sull’uscio per annunciare che il desco era pronto.
Ma quando in un unico sparo caddero in sette dinanzi a quel muro la madre disse: “Non vi rimprovero o figli d’avermi dato tanto dolore l’avete fatto per un’idea perché mai più nel mondo altre madri debban soffrire la stessa mia pena.
Ma che ci faccio qui sulla soglia se più la sera non tornerete. Il padre è forte e rincuora i nipoti dopo un raccolto ne viene un altro ma io sono soltanto una mamma o figli cari vengo con voi”.’
Era il 10 luglio del 1976, quando a Roma, veniva ucciso da Ordine Nuovo il magistrato Vittorio Occorsio. Sostituto procuratore a Roma, indagò su stragi, piani occulti e organizzazioni criminali che hanno caratterizzato la storia italiana: dal Piano Solo alla Strage di Piazza Fontana, ai sequestri della Banda dei Marsigliesi, per arrivare proprio al gruppo neofascista che ne ha orchestrato la morte. Così facendo, si inimicò gruppi di orientamenti politici diversissimi, dall’estrema sinistra ai neofascisti, ma anche altri magistrati, politici e sacche di potere occulte. Dopo aver indagato sulla Strage di Piazza Fontana, dove, nonostante il depistaggio, intuì la matrice neofascista, mise nel mirino proprio Ordine Nuovo.
Mandò a processo l’organizzazione, chiedendone lo scioglimento ed emettendo mandato di cattura nei confronti di quaranta membri. Da qui le minacce diventarono più pressanti: i muri adiacenti al palazzo di giustizia vennero riempiti di scritte intimidatorie. Questo non fermò il giudice che ottenne formalmente lo scioglimento del gruppo, che tuttavia non bastò per mettere fine alle attività criminali dell’estrema destra eversiva. Occorsio pagherà a caro prezzo il peso del suo coraggio e delle sue intuizioni. Infatti, il magistrato romano aveva riscontrato delle connessioni, al tempo sconvolgenti, fra gruppi neofascisti, massoneria, passando per Licio Gelli, criminalità organizzata e politica. Era pronto ad istruire un nuovo processo contro più di cento membri di Ordine Nuovo, nei fatti non scioltasi, coinvolgendo, questa volta, anche i collegamenti alti che l’organizzazione aveva col potere.
Nell’ultimo mese, però, gli venne inspiegabilmente revocata la scorta. Stava recandosi a lavoro quando cadde nell'agguato tesogli da Gianfranco Ferro e Pierluigi Concutelli. Quest’ultimo sparò più di trenta colpi, non lasciando scampo al magistrato. L’attentato venne rivendicato dai terroristi di Ordine Nuovo. Per l’omicidio, Ferro e Concutelli verranno condannati rispettivamente a ventiquattro anni e all’ergastolo. Mai sono stati individuati i mandanti.
Lo scorso 16 gennaio, dopo quasi trent'anni, è terminata la latitanza di Matteo Messina Denaro. "Iddu" conosce i segreti più oscuri del biennio stragista. In questo podcast proveremo a ripercorre le tappe della sua storia che, ahinoi, si è intrecciata con alcuni dei crimini più efferati che hanno segnato, indelebilmente, il nostro Paese.
Attivamente
Il 6 maggio è stato l'Overshoot Day dell'Italia: la popolazione italiana ha esaurito le risorse naturale a disposizione del nostro Paese che la Terra è in grado di rigenerare in un intero anno.
Il nostro paese arriva quest’anno con 11 giorni di anticipo rispetto all’anno scorso, segnalando l’aumento della pressione sui sistemi naturali del Pianeta (qui il triste record raggiunto il 19 maggio nel 2024). E ancora, nel 2023 era caduta il 2 agosto; nel 2022 il 28 luglio (eccezionalmente in anticipo di un giorno rispetto al 2021, che portava con sé gli effetti della pandemia da Covid-19 con il rallentamento dell’economia globale e il conseguente impatto su consumi ed emissioni); e, per andare più lontano, nel 1973 il 3 dicembre.
Si è calcolato che, se gli abitanti della Terra vivessero in un Paese come l’Italia, così come anche in Germania o in Francia, avrebbero un'impronta ecologica quattro volte la biocapacità disponibile e ci vorrebbero le risorse di circa 3 Pianeti (contro la media globale di 1,7 pianeti).
L'Overshoot day globale è stato lo scorso anno il 1° agosto; quest'anno sarà comunicato il 5 giugno, in occasione della Giornata Mondiale dell'Ambiente
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Quattro decenni sono l'ineluttabile scorrere del tempo, ma che si porta dietro, spesso, anche verità e giustizia. È un copione trito e ritrito nelle vicende criminali italiane, laddove potere e mafia si mescolano e il grigio della connivenza attecchisce peggio del nero, schiacciando il bianco.
Il bianco erano due gemelli di 6 anni, Giuseppe e Salvatore Asta, morti il 2 aprile di 40 anni fa, insieme alla loro madre Barbara Rizzo, solo 30 anni, il cui unico pensiero in quegli istanti era accompagnarli a scuola; non ci arriveranno mai. La loro auto fece da scudo a quella che rappresentava il vero obiettivo dell'ordigno esplosivo piazzato su quella strada della borgata marinara di Pizzolungo, su cui viaggiava il giudice Carlo Palermo, da poco giunto in Sicilia.
Il nero, si sa, è la mafia, quella che uccide i giudici per vendicarsi delle loro indagini fastidiose. O almeno questa è la narrazione di comodo che si è sempre tramandata (subito dopo la strage, il sindaco di Trapani addirittura negò che lì la mafia ci fosse). È qui che entra in gioco il grigio dei rapporti torbidi tra Stato e mafia, massoneria e financo istituzionali sovranazionali.
Il giudice Palermo era reduce da un'esperienza investigativa a Trento, dove aveva lavorato pure su Cosa Nostra, con ipotesi che spaziavano dai traffici di droga internazionali con il Medio Oriente a trattative per la compravendita di armi e petrolio col coinvolgimento di militari e agenti segreti (proprio nel trapanese era attiva in quel periodo una base dell'organizzazione paramilitare "Stay behind" Gladio) e flussi di denaro che coinvolsero, nelle prime fasi dell'indagine, anche la loggia massonica P2 e la politica, tanto da fare intervenire Bettino Craxi in persona, all'epoca presidente del consiglio, a presentare un esposto al CSM che toglierà a Palermo l'indagine.
I punti di raccordo con la Sicilia avevano già meritato approfondimenti: per questo la sua strada si incontrò con quella di un altro integerrimo e pervicace giudice, Giangiacomo Ciaccio Montalto, che fu ucciso solo 3 settimane dopo il suo incontro con Palermo, nell'83.
All'inizio la strage fu messa in relazione alla scoperta di un'importante raffineria di eroina della provincia: ma un attentato così eclatante non poteva essere giustificato con le indagini sul solo traffico di droga, pure se portatore di ingenti introiti.
Le prime indagini portarono sul banco degli imputati mafiosi locali, poi assolti e scarcerati e poi ancora indagati nuovamente tempo dopo, ma non più processabili per lo stesso reato per i quali erano stati assolti.
A essere condannati come esecutori materiali, tra gli altri, finiranno Vincenzo Galatolo e Antonino Madonia, inquietanti protagonisti di tanti fatti di sangue decisi proprio in quel vicolo Pipitone, uno dei QG di Cosa Nostra dove si sono decisi omicidi di uomini di Stato onesti e accordi con uomini di Stato corrotti. Forse proprio il loro coinvolgimento conferma che non c'è "solo" la mafia dietro quell'attentato, che, se così fosse stato, si sarebbe potuto evitare (cosa più conveniente per i mafiosi) in favore di un più semplice e meno roboante omicidio con armi da fuoco nella villa al mare dove il giudice trascorreva il suo tempo senza la scorta.
Ma una verità processuale completa, anche in questo caso, non c'è.
Ed è sempre meno possibile scriverla.
Ma è possibile riflettere, ricordare e andare oltre le apparenze, le immagini ingannevoli, i depistaggi, le menzogne.
Queste sono state le caratteristiche della storia di almeno metà del ventesimo secolo in Italia.
Forse si dovrebbe ripartire da lì.
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🔴L'INTERVISTA DI ATTIVAMENTE A LUCA CASARINI SUL NOSTRO CANALE
Luca Casarini appare convinto, risoluto, paradossalmente sereno, nonostante abbia saputo di essere stato violato nella sua privacy dai servizi segreti, non perché sia un criminale ma perché ha soccorso e soccorre migranti buttatisi in disgraziati viaggi della speranza per fuggire da condizioni indicibili. Sono quelle che si vivono nei campi di detenzione in Libia, fra torture gratuite e abusi diffusi in una prigionia disumana, alla quale sovrintendeva (e forse è già ritornato a farlo) Usama al-Masri, il generale miliziano libico ritornato a casa su un aereo di Stato dopo la mancata cattura nonostante il mandato d'arresto della Corte Penale Internazionale (lui e Chico Forti lasceranno sicuramente recensioni a ben 5 stelle per l'ospitalità di accoglienza e ripartenza del governo Meloni). Sono quelle che vivevano anche i 94 migranti morti nel naufragio di due anni fa sulle coste calabresi di Cutro. Due vicende che hanno sollevato tante controversie diventate oggetto di indagine o di attenzioni internazionali.
Luca Casarini le ha ricordate entrambe e ha richiamato il dovere che ha sentito e continua a sentire, nonostante lo spionaggio, anzi, soprattutto per quello, per la democrazia a rischio, per il segreto di Stato apposto sulla vicenda Paragon, che ha coinvolto fra gli altri anche il giornalista Francesco Cancellato di FanPage.
Di questo, del sogno della “cospirazione del bene” e di altro ha parlato ad Attivamente nell'intervista disponibile sul nostro canale YouTube.
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In memoria dei fratelli Cervi
Il 28 dicembre del 1943, a Reggio Emilia, i fratelli Cervi venivano uccisi per rappresaglia.
Era una famiglia contadina e partigiana, la loro, che decise di lottare contro il fascismo, diventando un punto di riferimento per la resistenza locale.
Il 25 luglio dello stesso anno, apprendendo della destituzione di Mussolini, i Cervi, per festeggiare, avevano preparato e distribuito pastasciutta per tutto il paese di Campegine.
La casa dei Cervi per mesi fu porto sicuro per i partigiani che dopo un ventennio di angherie lottarono contro l'occupazione nazi-fascista.
La pastasciutta antifascista diventerà, negli anni, un simbolo della lotta contro il regime e riorganizzata, ancora oggi, in diverse parti d'Italia.
A quasi un anno dalla loro morte, degli scagnozzi fascisti daranno alle fiamme la loro vecchia casa.
“Genoeffa (la madre ndr) quando vide le fiamme - scrive Alcide Cervi ne ‘I miei sette figli’ - risentì quella notte, quegli spari, quei figli con le mani alzate nel cortile, e gli addii, e il furgone che parte. Così cadde di colpo e il cuore non resse, le era venuto l'infarto. Rimase a letto un mese (...) morì il 14 novembre”.
____
Piero Calamandrei scrisse in memoria e onore di Genoeffa “Epigrafe per la madre dei fratelli Cervi”:
‘Quando la sera tornavano dai campi
sette figli ed otto col padre
il suo sorriso attendeva sull’uscio
per annunciare che il desco era pronto.
Ma quando in un unico sparo
caddero in sette dinanzi a quel muro
la madre disse:
“Non vi rimprovero o figli
d’avermi dato tanto dolore
l’avete fatto per un’idea
perché mai più nel mondo altre madri
debban soffrire la stessa mia pena.
Ma che ci faccio qui sulla soglia
se più la sera non tornerete.
Il padre è forte e rincuora i nipoti
dopo un raccolto ne viene un altro
ma io sono soltanto una mamma
o figli cari
vengo con voi”.’
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Era il 10 luglio del 1976, quando a Roma, veniva ucciso da Ordine Nuovo il magistrato Vittorio Occorsio.
Sostituto procuratore a Roma, indagò su stragi, piani occulti e organizzazioni criminali che hanno caratterizzato la storia italiana: dal Piano Solo alla Strage di Piazza Fontana, ai sequestri della Banda dei Marsigliesi, per arrivare proprio al gruppo neofascista che ne ha orchestrato la morte.
Così facendo, si inimicò gruppi di orientamenti politici diversissimi, dall’estrema sinistra ai neofascisti, ma anche altri magistrati, politici e sacche di potere occulte.
Dopo aver indagato sulla Strage di Piazza Fontana, dove, nonostante il depistaggio, intuì la matrice neofascista, mise nel mirino proprio Ordine Nuovo.
Mandò a processo l’organizzazione, chiedendone lo scioglimento ed emettendo mandato di cattura nei confronti di quaranta membri. Da qui le minacce diventarono più pressanti: i muri adiacenti al palazzo di giustizia vennero riempiti di scritte intimidatorie. Questo non fermò il giudice che ottenne formalmente lo scioglimento del gruppo, che tuttavia non bastò per mettere fine alle attività criminali dell’estrema destra eversiva. Occorsio pagherà a caro prezzo il peso del suo coraggio e delle sue intuizioni.
Infatti, il magistrato romano aveva riscontrato delle connessioni, al tempo sconvolgenti, fra gruppi neofascisti, massoneria, passando per Licio Gelli, criminalità organizzata e politica. Era pronto ad istruire un nuovo processo contro più di cento membri di Ordine Nuovo, nei fatti non scioltasi, coinvolgendo, questa volta, anche i collegamenti alti che l’organizzazione aveva col potere.
Nell’ultimo mese, però, gli venne inspiegabilmente revocata la scorta.
Stava recandosi a lavoro quando cadde nell'agguato tesogli da Gianfranco Ferro e Pierluigi Concutelli. Quest’ultimo sparò più di trenta colpi, non lasciando scampo al magistrato. L’attentato venne rivendicato dai terroristi di Ordine Nuovo. Per l’omicidio, Ferro e Concutelli verranno condannati rispettivamente a ventiquattro anni e all’ergastolo. Mai sono stati individuati i mandanti.
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Lo scorso 16 gennaio, dopo quasi trent'anni, è terminata la latitanza di Matteo Messina Denaro.
"Iddu" conosce i segreti più oscuri del biennio stragista.
In questo podcast proveremo a ripercorre le tappe della sua storia che, ahinoi, si è intrecciata con alcuni dei crimini più efferati che hanno segnato, indelebilmente, il nostro Paese.
Per ascoltare, clicca sul link:
open.spotify.com/episode/4GRu5BiX7vAfPGQNg9jpJU?si…
3 years ago | [YT] | 5
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