Ostetrica Alessandra Bellasio

Qui trovi contenuti basati su evidenze, per capire la gravidanza, il parto, l’allattamento, lo svezzamento, la disostruzione pediatrica e i primi anni di vita di un bambino.
Non insegno “come si deve fare”: analizzo, chiarisco, aiuto a orientarti tra informazioni discordanti e pressioni sociali.
L’obiettivo è contribuire a una cultura perinatale più consapevole, meno giudicante e più trasparente.



Ostetrica Alessandra Bellasio

Il fenomeno della scarsa qualità di assistenza ospedaliera, ma ancora di più la mancanza di rispetto, di empatia e di consenso, mi ha sempre profondamente toccata.
L’ho visto accadere molte volte nel corso della mia attività lavorativa in ospedale e, come spesso succede, mi sono sentita impotente.

Ero una giovane ostetrica e non avevo ancora piena consapevolezza di cosa rappresentasse davvero quel fenomeno.

Ricordo perfettamente quando, ormai dieci anni fa, esplose la campagna #bastatacere sui social.

Mi mise in crisi.
Provai paura per le donne in gravidanza: volevo proteggerle, rassicurarle, raccontare loro una realtà diversa, più serena, che le facesse sentire al sicuro rispetto al parto imminente.
Solo dopo ho capito che stavo sbagliando: non era fingendo che quelle esperienze non esistessero che le avrei aiutate davvero, né rassicurandole a tutti i costi che avrei cambiato le cose a lungo termine.

Con il tempo, però, tutto è diventato più chiaro.
Ho capito di essere stata talmente immersa in una cultura da averla interiorizzata.

Da averla normalizzata.

Da averla, in qualche modo, subita.

La violenza ostetrica non è solo un gesto fisico: spesso si manifesta nelle frasi irrispettose, nelle battutine minimizzanti, nelle procedure eseguite perché “si è sempre fatto così”, nelle pratiche standard svolte senza spiegazioni o senza un consenso reale. È lì che si annida, nei dettagli quotidiani che non fanno notizia ma che feriscono, e proprio per questo sono i più pericolosi.

Anni dopo l’ho sperimentata anche da paziente. E non solo nel reparto di ostetricia.
Il paziente è, per definizione, in una condizione di vulnerabilità.
E troppo spesso, chi sta “dall’altra parte” esercita anche inconsapevolmente una forma di abuso di potere, come se il ruolo conferisse un senso di superiorità.

Come se potesse prendersi qualsiasi libertà: sul tuo corpo, sul tuo tempo, sulla tua presenza.
Come se all’improvviso smettessi di esistere come persona, con la tua complessità, i tuoi bisogni, i tuoi diritti.
Ci si ridimensiona a una sorta di minimo sindacabile, in un regime essenziale dove si perdono diritti che, in qualsiasi altro contesto, sarebbero considerati normali e garantiti.
E quando i ricoveri si prolungano, ci si abitua a quel ruolo, a quella forma di sottomissione silenziosa.
Si esce cambiati, e ci vuole tempo per ritrovare una sensazione di normalità.
Io l’ho vissuto nel reparto di pediatria, durante un ricovero con mio figlio.

È stato allora che ho deciso di usare tutti gli strumenti a mia disposizione, le mie competenze, le mie risorse e la mia visibilità, per provare a cambiare le cose.
Per portare alla luce un fenomeno spesso normalizzato ma devastante per chi lo subisce.

Un fenomeno che può distruggere, ma che per me è diventato anche una fonte di forza, coraggio e motivazione per costruire qualcosa di buono.

Non ne avevo mai parlato con tanta lucidità, ma credo sia arrivato il momento di raccontare la vera motivazione che sta dietro a tutto questo mio impegno per riconoscere e arginare la violenza ostetrica.

È da lì che nasce BestBirth.

2 months ago | [YT] | 0

Ostetrica Alessandra Bellasio

Spesso mi sono interrogata sui motivi che spingono alcune persone a provare fastidio o addirittura a rimproverare una donna che allatta in pubblico.

Perché un gesto così naturale e intrinsecamente legato alla cura e alla sopravvivenza della specie umana viene percepito come sconveniente o addirittura osceno? Questo disagio, curiosamente, sembra aumentare con l’età del bambino: se una madre allatta un neonato, può ancora essere tollerato, ma se il bambino è più grande, magari già in grado di camminare, l’atto diventa improvvisamente inaccettabile agli occhi di molti. Perché?

Viviamo in una società in cui il corpo femminile è spesso oggetto di una rappresentazione distorta: da un lato, viene iper-sessualizzato e sfruttato a fini commerciali, dall’altro, viene privato della sua naturale funzione biologica e affettiva. È paradossale che, in un contesto saturo di immagini di corpi femminili nudi, spesso ridotti a mere icone di desiderio o riproduzione, un gesto come l’allattamento al seno venga considerato imbarazzante o addirittura scandaloso.

Il seno, nella nostra cultura, è stato a lungo associato alla sessualità piuttosto che alla maternità, e questo ha portato a una sorta di "pudore imposto" che limita la libertà delle donne di vivere il proprio corpo in modo naturale e autentico. Allattare in pubblico diventa così un atto di resistenza, una sfida a queste norme sociali che cercano di confinare il corpo femminile entro limiti prestabiliti.

Per superare questo disagio, è necessario educare alla normalità dell’allattamento, promuovere una rappresentazione più autentica e rispettosa del corpo femminile, e soprattutto, imparare a vedere oltre i pregiudizi. Perché nutrire un bambino non è mai un atto sconveniente, ma un gesto d’amore e di vita che merita rispetto e sostegno.


La prossima volta che vedrete una madre che allatta, invece di distogliere lo sguardo o giudicare, provate a sorridere. Perché ogni volta che una donna allatta in pubblico, sta facendo un piccolo ma potente atto di rivoluzione.

Tu cosa ne pensi?

10 months ago | [YT] | 2